Wooden Shjips @ Circolo degli Artisti [26/Febbraio/2014]

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Della nuova scena space psichedelica i Wooden Shjips sono gli alfieri. Sin dal debutto omonimo pubblicato da Holy Mountain nel 2007, la band americana si è imposta tra i maestri del suono fatto “trip” grazie ad una portentosa attività discografica e a quella dimensione live in cui Ripley Johnson e compagni tessono le proprie caleidoscopiche trame se possibile con ulteriore spirito trascendente. Il pubblico romano ha saputo apprezzarne più volte le gesta dal vivo negli ultimi anni, ma il ritorno capitolino per proporre gli estratti dell’ultimo ‘Back to Land’ – come da titolo un effettivo approdo a sonorità meno spaziali e vagamente più terrene – ha richiamato una nutrita platea. Per aprire il concerto degli americani sono state scelte due interessanti realtà della scena romana, gli Holiday Inn e Mai Mai Mai, entrambe dedite ad esplorare percorsi di stampo psichedelico e avanguardistico ma con modalità del tutto diverse (minimal synth punk i primi, drone ed ambient il secondo). Ci sistemiamo tra le prime file mentre il mascherato Mai Mai Mai lascia il palco. Passa poco tempo prima che i quattro musicisti di San Francisco facciano il loro ingresso, accompagnati in sottofondo da un’intro elettronica. Ci si tuffa nel trip immediatamente. La struttura dei brani dei Wooden Shjips è pressoché immutabile: il lavoro sporco tocca alla sezione ritmica, affidata al bassista Dustin Jermier e al batterista Omar Ahsanuddin. Con uno striminzito drumkit (due piatti, cassa e rullante) e le quattro corde viene creata la base sonora, ciclicamente ripetitiva ed ipnotica, su cui si innestano le tastiere di estrazione sixties di Timothy Nash Whalen, le quali fungono da originale contrappunto che concede poco alla melodia e molto all’abrasione, e la chitarra del cantante di Ripley Johnson, poco propensa ai riff e quasi sempre protagonista di levitanti assoli mai sguaiati, volti a indicare le linee distintive dei singoli pezzi. Quasi centellinati sono gli interventi vocali, peraltro fortemente filtrati da una moltitudine di effetti. Il risultato che ne viene fuori è un muro di musica irresistibile e istantaneamente magnetico, a cui il corpo si affida senza remore, quasi inconsapevolmente, suggestionato dai visuals proiettati sullo sfondo, dal gusto cromatico in perenne equilibrio tra il rosso e il verde. Tanti sono gli influssi del passato che popolano la proposta dei californiani, dai sempiterni Doors ai Suicide, passando per il kraut e la psichedelia di ambo i lati dell’Oceano Atlantico. Ciò che pervade i sensi del pubblico, però, non ha olezzo derivativo. La trance è lo stato inevitabile in cui si cade ascoltando i brani proposti in un treno sonoro che non fa fermate. Principalmente incentrata sull’ultimo ‘Back to Land”, la scaletta si dipana per un’ora o poco più, lasciando a bocca asciutta chi era affamato del passato più sporco e ruvido. Ci si risveglia dal viaggio inebetiti e storditi. Qualcuno lamenterà (non senza ragione) la profonda e innegabile ripetitività della band, che probabilmente avrà annoiato alcuni presenti. Tutto sta, però, a concedersi senza distrazioni al suono dei Wooden Shjips e a non farsi fermare dalle contestazioni più terrene. Lo space rock e la psichedelia servono ad andare oltre. Andiamo oltre.

Livio Ghilardi