Wooden Shjips + Black Snake Moan @ Monk [Roma, 14/Marzo/2019]

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“Chissà se pure quest’anno i Wooden Shjips si sono portati lo sciacquone…”. E’ questo, mentre mi avvio verso il Monk, uno dei pensieri a tenere banco nella mia testa. “Lo sciacquone”, per la cronaca, era un tappeto sonoro che consisteva fondamentalmente in un rumore di acqua corrente, la band di San Francisco l’aveva tenuto fisso in sottofondo per tutta la durata dell’ultimo concerto che fecero a Roma. Eravamo al Circolo degli Artisti (pace all’anima sua), la band americana portava in tour ‘Back to Land’ (2013) e nell’ilarità generale è bastato che uno dicesse “ma che hanno rotto lo sciacquone del cesso?” che subito la cosa è entrata a pieno diritto nella leggenda. La data di questa sera invece è a supporto del nuovo album ‘V’ e sulle prime battute temo che la debacle sia in agguato, almeno dal punto di vista dell’affluenza di pubblico, perchè quando Black Snake Moan inizia il suo set in apertura di serata la folla non è esattamente foltissima, ma fortunatamente si riempirà di lì a poco, merito soprattutto del one man band, che con il suo blues desertico dai richiami mantra attrae all’interno della venue i fumatori rimasti fuori a chiacchierare prima dell’inizio del main act. Riecheggiano i riverberi e le note del disco di esordio, il sorprendente ‘Spiritual Awakening’, cui si aggiunge la preziosa rivisitazione di ‘All tomorrow’s parties’, uscita in via ufficiale pochi giorni fa, proprio in occasione dell’anniversario della pubblicazione del disco dei Velvet Underground & Nico.

Il pubblico è carico, giusto il tempo di un breve line-check e i Wooden Shjips sono pronti a decollare. La band capitanata da Ripley Johnson, attiva da una dozzina d’anni o giù di lì, ha un marchio di fabbrica piuttosto contraddistinto, che consiste in tappetoni di tastiere colorate da un sound molto 60’s californiano, basso groovoso che sforna giri ballerecci, batteria secca, dritta, essenziale, efficace e funzionale al pezzo. Più che “un muro di suono” sembra idealmente un’onda oceanica, grossa, colorata ed avvolgente, su cui si poggiano, anzi “surfano” la chitarra e la voce di Ripley. Ad essere sinceri c’è davvero poco di differente tra un pezzo ed un altro, siamo di fronte ad una di quelle band cui si può applicare quella che personalmente chiamo “la legge Ramones”, ovvero, le canzoni sono fondamentalmente tutte uguali, ma se te ne piace una allora ti piacciono tutte. Per un ascoltatore che non conosce alla perfezione la loro discografia sarebbe piuttosto difficile distinguere dal vivo un pezzo tratto ad esempio dal loro primo EP (omonimo, 2007) da un brano di altri lavori successivi, eccezion fatta per l’accoppiata composta da ‘Ride On’ e ’Staring at the Sun’ contenute invece nell’ultimo album, ‘V’, distinte da un incedere più lento ed onirico rispetto al ritmo sostenuto delle altre. Il rush finale è un tacatà psichedelico scandito in sequenza da ‘Ghouls’, ‘Motorbike’, ‘Lazy Bones’ e ‘Death’s not your friend’ dipinto dai colori dei visual flashati proiettati da Sanae Yamada, la compagna (sia nei Moon Duo che nella vita) di Ripley, dopo questa serie la band abbandona il palco per una piccola pausa ed infine torna per la chiusura definitiva con ‘These shadows’ e ‘Buddy’ (cover degli Snapper, 1988). Probabilmente alcuni riff o motivi sono derivativi, non si contano i riferimenti o i rimandi ad altri brani celebri, su ‘Staring at the sun’ ci si può cantare sopra ‘Walk on the Wild Side’ di Lou Reed, un’altra invece aveva dei momenti in cui ricordava ‘Paranoid’ ed altri invece in cui si prestava per cantarci sopra ’N.I.B.’, sempre dei Black Sabbath, ma nonostante questi dettagli da critici puntigliosi, quello che conta è la performance e l’efficacia dello spettacolo, questo è stato un concerto di livello decisamente alto (non usano nemmeno più “lo sciacquone”) di una band di serie A nel suo genere, capace di prendere per mano gli spettatori e farli volare tra le galassie. Grazie, siete sempre i benvenuti.

Niccolò Matteucci

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