Witchcraft @ Sinister Noise Club [Roma, 18/Gennaio/2007]

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Inauguro il Sinister Noise Club, bel locale di recente apertura, con i Witchcraft, nuovo gruppone di ragazzotti svedesi innamorati di tutto ciò che è retrò e che rimanda agli anni 60/70.
La serata è aperta dai Doomraiser, di cui ho parlato abbondantemente, e bene, nel report sugli Orange Goblin. Offrono il solito concerto schiacciasassi di doom integralista suonato con passione e culto. Non mi va di ripetere sempre le stesse cose per cui vi rimando a quella recensione.

I Witchcraft, come detto, sono svedesi e sembra che una volta ascoltati gli storici gruppi dark-doom degli anni ’60 e ’70 abbiano deciso che null’altro meritava attenzione e hanno fermato le lancette del tempo al 1971, o giù di lì, e non ne vogliono sapere di andare avanti. Hanno pubblicato due dischi, entrambi per la Rise Above (e ti pareva!) di Lee Dorrian dei Cathedral, e si sono imbarcati in un tour europeo che li ha porati da noi per alcune date. Il loro heavy dark non ha però niente che lasci sentimenti di noia in quanto il gruppo macina riff su riff come se nulla fosse, di una pesantezza inaudita, ma anche a volte molto semplici e quasi, oserei dire, rock’n’roll, tanto che la piccola sala del Sinister Noise, piena quasi del tutto di affezionati del genere, diventa incendiaria con il pubblico letteralmente impazzito per i nordici. La sezione ritmica terrebbe testa a chiunque; la band, oltre che dei bellissimi, e a tratti arabeschi, riff dei chitarristi, si avvale della sognante voce di Magnus Pelander che ovviamente cerca di essere fedelissima al genere proposto quindi molto evocativa. Qualcuno starà già storcendo il naso, chiedendosi: “vabbeh ma che senso ha riproporre tutto esattamente come all’epoca?”. In linea di massima potrei essere d’accordo ma la musica cazzo! Dovevate sentire che pezzi hanno nel repertorio i Witchcraft! E con quanto amore suonino un genere che oramai non propone più nessuno, manco Lee Dorrian in cantina. Perchè questo sound ha una scintilla che ogni tanto rinasce. E ti frega ancora una volta. Quando pensi di aver sentito tutto, quando pensi che un certo genere non ti interessa più arrivano band come questa e tutte le tue convinzioni finiscono con una musichetta deliziosa nello scarico del cesso. Il concerto scorre via che è una gioia, colpisce allo stomaco e al cuore, omaggiano i Pentagram con una cover sul finale, dedicano un pezzo al Balletto di Bronzo (boh), si lanciano in una jam deflagrante a chiudere e ricevono gli strameritati applausi. Rimane il tempo di fare i complimenti al gruppo, di comprarmi il vinile di rito, scambiare due chiacchiere con la collega Mariagloria “lipstick” e rendersi conto che pure stanotte abbiamo fatto le 3.00 e che domani devo andare a scuola.

Dante Natale

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