Witch @ Spazio 211 [Torino, 23/Aprile/2008]

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E’ considerazione scontata e scusa piuttosto banale per attaccare, ma lo Spazio 211 di stasera somiglia in maniera realmente impressionante ad un localaccio di Seattle di vent’anni fa, in piena epoca protogrunge, quando ancora stampa e discografia non avevano iniziato ad appiccicare etichette ovunque e del bollore sotterraneo ci si accorgeva soltanto stando nei sobborghi cittadini. Così accade per il concerto dei Witch, di fronte ad una platea che conta la miseria di una trentina di persone comprendenti l’Uomo d’Età, l’Intellettuale Degustatore e il Metallaro Scapoccione, figure retoriche ben consolidate nella mitologia Garage americana; a confermare ulteriormente quanto si diceva è la presenza dietro le pelli di Joseph Mascis, uno che il grunge l’ha conosciuto prima, durante e dopo e che ora rende omaggio al proprio passato hardcore tornando alla sua prima mansione di batterista. La band contitolare degli svedesi Graveyard risulta smarrita sulle strade europee per via di un guasto al tour bus e – se questo non vi apparisse ancora sufficientemente “slacker” – sappiate che i Witch nemmanco si sono degnati di gonfiare la propria scaletta a dovere per reggere la tenuta di una serata: al fronte di poco più di trenta presenti i minuti di show saranno pochi più che quaranta, e tanto basti. Mascis a grancassa microfonata percuote sorprendentemente bene i suoi tamburi, a dispetto della sciatteria generale dei sodali: a loro, se non la riuscita tecnica, va quantomeno riconosciuto uno spirito cazzaro da liceali fuori corso, indoli profondamente punk alle prese con l’heavy metal. Non è un caso che certi brani tratti dal nuovo ‘Paralyzed’ facciano scorrere gli assoli sul doppio binario della New Wave of British Metal per poi puntualmente deragliare dopo pochi secondi nei soliti sconquassi e code umoristiche, dove un missaggio menefreghista affoga la voce di Kyle Thomas e tutti i quanti i brani nello stesso mare di chitarre E se dietro il nuovo singolo ‘Sweet Sue’ non è difficile scorgere residue intenzioni di pop psichedelico sessantino, ‘Seer’ è invece un devoto omaggio allo stoner rock maiuscolo, nel segno del quale il concerto sembra chiudersi. E non saranno i soliti schiamazzi concitati, non le urla della “folla”, ma piuttosto un diplomatico contratto verbale stipulato con gli spettatori della prima fila a richiamarli sul palco per strappargli un ultimo bis; dopodiché, i quattro abbandoneranno il palco e si riavvieranno quatti quatti verso il tour bus, da autentici (anti)eroi grunge…

Simone Dotto

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