Wire @ Villa Ada [Roma, 26/Luglio/2017]

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Gli Wire festeggiano con questo tour i 40 anni di attività artistica. La band viene formata a Londra nell’ottobre del 1976 da Colin Newman alla voce e alla chitarra, Bruce Gilbert alla chitarra, Graham Lewis alla voce e al basso e Robert Grey alla batteria. Debuttano live nei primi mesi del 1977, mantenendo un approccio sperimentale ed accademico, una sorta di art-punk che li differenzia immediatamente dal resto delle produzioni di quel periodo. Il primo album “Pink Flag”, uscito nel novembre del 1977, resterà una pietra miliare del genere, facendogli guadagnare il curioso appellativo di “Punk Floyd” da parte della stampa di settore. Il successivo “Chairs Missing” del 1978 vira verso un pop psichedelico e fuori di testa, con l’inserimento di strumenti e soluzioni sonore che muovono verso la nascente new wave. Percorso artistico che si compie a pieno in “154”, album sperimentale di dark wave evoluta e noise, che chiude al meglio la trilogia iniziale prodotta da Mike Thorne. Questo basterà a farli diventare uno dei gruppi seminali per le generazioni a seguire, scrivendo il loro nome nella storia della musica alternativa. I dissidi artistici interni e di gestione con la Emi, li porteranno ad un primo improvviso scioglimento nel 1980. La seconda vita artistica della band ha inizio con l’EP “Snakedrill” del 1986 e si conclude con “The Drill” e “The First Letter” del 1991. Quest’ultimi furono prodotti con la sigla Wir, con Grey che andato via, fu sostituito da una drum machine. Questa fase è caratterizzata dal progressivo approccio al synth pop e all’elettronica, senza disdegnare momenti più sperimentali ed industriali, ben presenti nel background dei musicisti. Quando ormai sembravano persi nel nulla, eccoli di nuovo tornare insieme nel 1999. Il nuovo corso li vede in gran forma e si concretizza soprattutto con la pubblicazione dell’album “Send” del 2003, che li mantiene ben saldi alle tematiche sociali e ai canoni stilistici che li hanno caratterizzati. Una fase del tutto nuova si aprirà con l’uscita definitiva dal gruppo di Bruce Gilbert. Ripartiranno nel 2008 con l’album “Object 47”, a cui ne seguiranno diversi altri fino al recente “Silver/Lead”. Margaret Fiedler McGinnis suonerà con loro per qualche anno solo in tour, prima che Matthew Simms diventasse ufficialmente il nuovo chitarrista.

Introdotta da un lungo drone, la band sale sul palco. Il tempo di scandire un classico “Buonasera Roma!” e le note di “Ahead” danno inizio alle danze. In realtà tutto sembra abbastanza freddo, come la temperatura di questa sera a Villa Ada e anche l’audio, almeno all’inizio, non è dei migliori. Le seguenti “Diamonds In Cups”, “An Alibi” e “This Time” (quest’ultima cantata da Lewis), sono tutte contenute nell’ultima fatica discografica e mostrano un manierismo dark-wave che non decolla. Ci vorrà una piacevole versione di “Three Girl Rhumba” a risollevare gli animi. Il mood rimane in crescita, grazie al riuscito pop-psych di “Art Of Persistence”, che mostra anche un minimo coinvolgimento rispetto alla staticità dimostrata dalla band in questo inizio. Con “Brio” si torna in territori wave cupi, mentre “Underwater Experiences” gioca con il rumore di matrice industriale. “Red Barked Trees” è un noise ipnotico con una buona progressione dinamica. “Small Black Reptile” ci riporta al 1990 e ad una consuetudine elettrica di buona fattura pop, specie nel cantato di Newman, che si lascia persino andare accennando un ballo al ritmo incalzante della successiva “Split Your Ends”. Lewis torna ad usare la sua voce profonda per la scura e lancinante “Playing Harp For The Fishes”, che lascerà il passo alla leggerezza rock del recente singolo “Short Elevated Period”. “Over Theirs” è il terzo estratto in programma da “The Ideal Copy” e in assoluto il picco della serata. Batteria incalzante, basso pulsante e sferzate di corde elettrificate e distorsioni. Il canto di Newman sembra fermo al tempo che fu, prima di venire soffocato da un finale prorompente con una lunga coda di effetti e feedback. Quindi ringraziano e si prendono una breve pausa. Al rientro “Boiling Boy” ci riporta nel 1988, con sonorità wave di origine controllata, un basso protagonista e la voce a puntellare, prima di abbandonarsi ad un crescendo che non lascia scampo. Finalmente! Il secondo bis è una versione muscolare di “Used To”, che evoca i tempi di “Chairs Missing”, ma senza lo smalto che lo contraddistinse. Il terzo ed ultimo è una buona esecuzione di “Stealth Of A Stork”, punk tirato di matrice anglosassone, forse scontata ma funzionale. Finisce così dopo un’ora e un quarto di corrente alternata, di guizzi e pause, di emozioni e routine. Chiaramente non mi aspettavo di rivivere l’indelebile concerto all’Init dell’ottobre del 2003, un’impressionante dimostrazione di forza da parte di una band monumentale. Certo c’era ancora Gilbert in formazione, ma mi è capitato di vederli diverse altre volte in seguito e probabilmente questa è quella in cui li ho trovati maggiormente sottotono. Non credo sia solo una questione d’anagrafe, né di composizione della scaletta. Quarant’anni di carriera sono un traguardo importante da celebrare e seppure se ne hanno le possibilità, non sempre si riesce a festeggiarli a dovere.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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