Wire + Teho Teardo + Michel Cloup @ Villa Medici [Roma, 1/Giugno/2012]

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Triplo invitante bill per la seconda serata del Villa Aperta Festival, giunto alla terza edizione. Nella splendida cornice di Villa Medici, siamo tra il Pincio e Trinità dei Monti, sede dell’Accademia di Francia, mi aspetta un set variegato. Il tempo di dare un’occhiata in giro, bearmi della vista mozzafiato sulla città e Michel Cloup è già sul palco. Solo lui e un batterista, si rivela davvero una bella scoperta. Immaginate dei Black Keys sotto morfina e LSD, tempi spesso rallentati quanto lisergici, riff ripetuti e batteria dall’incedere sempre più potente fino a un brano che vede Cloup cantare quasi sussurrando inginocchiato mentre il vestito sonoro è costituito da pezzi di drumming registrati e rimandati, continuando a sovrapporne.

Un set chiuso da una jam con Teho Teardo che dà un assaggio di quel che sarà il suo live di lì a poco. Sarei curioso di sapere che considerazione avrebbe, almeno a livello di pubblico, un’artista come lui se, invece d’esser nato a Pordenone, avesse natali newyorkesi. In coppia con la violoncellista Martina Bertoni, dà luogo ad un’esperienza sonora assai interessante: potrebbe avere eseguito di certo qualche tema dalle sue tante colonne sonora, la ricetta prevede basi al computer, la sua chitarra opportunamente effettata e il violoncello collegato a una pedaliera, teste dondolanti e uncini noise, frasi registrate e rimandate a creare una stratificazione, spesso una composizione in crescendo e ad aggiungere. Mi aveva già impressionato l’anno scorso quando aprì il concerto degli Einsturzende Neubauten (tra i suoi progetti in corso, una collaborazione con Blixa Bargeld), in mezzo alle fastidiose luci dell’Auditorium e a tanta gente indifferente, figuriamoci stasera. Ma, evidentemente, non tutti saranno stati dello stesso avviso se qualcuno ha sentito il bisogno di chiacchierare tutto il tempo con l’amico/a. Ed ero in seconda fila, eh. Del resto, guardandomi intorno noto tanta gente in tiro, bicchieri di cocktail in quantità industriale e mani sugli smartphone in continuazione, succede in ogni concerto magari ma l’impressione è di ritrovarsi a un happening dove l’importante è solo esserci. Pazienza. Pochi minuti per il soundcheck, Colin Newman e Graham Lewis sono già sul palco ma pochi se ne accorgono e applaudono. Simpatia per il tablet su supporto, magari utile a Newman per ricordare i testi. L’attacco è con ‘Ally in exile’, Robert Gotobed come sempre a occhi chiusi sulla batteria, l’impressione è di una certa freddezza, non che siano degli allegroni ma sembra esserci troppo mestiere e poco pathos, solo Lewis sorride e scambia qualche parola col pubblico. Col passare del tempo, però, anche il finto hipster più snobby avrà ceduto, il risultato è che da essere in pochi a muoverci a tempo, a goderci davvero il concerto, sempre più tra i presenti sembrano catturati, la band se ne accorge e ci dà dentro di conseguenza, lo stesso Newman si scioglie e comincia pian piano a scaternarsi, molti dei brani più recenti (tanti da ‘Red Barked Trees’) vanno a segno. E come chiudere degnamente un crescendo così trionfale? Ma con una incredibile versione di ‘Pink Flag’ impreziosita ancora dalla presenza di Teho Teardo (per suggellare l’ennesima collaborazione) e Martina Bertoni, post punk distorto al massimo, tempeste di feedback e i balzi di Colin Newman che per fermarlo bisognerebbe sparargli. Qualcuno tra i presenti di quelli inizialmente poco interessati sarà rimasto sbalordito, io pure, chi non c’era si punisca pure aprendo questo link, forse capirete cosa vi siete persi. Trent’anni e passa di carriera non pesano nulla se sei ancora in grado di offrire prestazioni come questa. Chapeau.

Piero Apruzzese