Wire @ Init [Roma, 9/Ottobre/2003]

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E’ davvero morbosamente piacevole recarsi ad un concerto soli con se stessi e constatare come per una volta, non si debba scambiare un saluto – per conoscenza o solo per educazione – con qualcuno che si conosca da vicino. Un’inutile perdita di tempo che cozza con la voglia di misantropia che sta colpendo il sottoscritto negli ultimi ombrosi periodi. L’apertura della porta di ferro grigia che divide l’esterno dell’Init con il suo essenziale interno, è fissata per le 22:00 ora capitolina. Antistante al club viene approntato un simpatico stand di magliette che non vedevo da anni, visto il periodo di profondo revival del garage/wave/post punk, fanno capolino loghi su sfondo nero di Stooges, Blondie, Who, Ramones accoppiate agli ultimi avventori al bandwagon come White Stripes, Strokes e similaria. Mentre una parte dell’audience inzia ad arrivare, a sorpresa compaiono i Dictators giunti sul posto per visionare il locale che li ospiterà due giorni dopo, guidati dal tozzo Ross The Boss tenuta coatto/metallara. La storica band proverà a far rivivere i fasti dell’epoca del CBGB’s che li lanciò nella seconda splendida metà dei ’70 in una New York culla della cultura musicale di quel periodo. Oggi però il clou è incentrato sui Wire. In rigorosa formazione originale con Colin Newman (voce, chitarra), Bruce C.Gilbert (chitarra), Graham Lewis (basso) e Robert Gotobed (batteria), tornano a supporto di un nuovo album (‘Send’) dopo quella reunion nella quale si riformarono solo dopo un invito personale da parte di David Sefton, del Centro per la Musica Contemporanea, per un concerto al Royal Festival Hall a Londra nel febbraio del 2000, dove eseguirono una performance quasi completamente retrospettiva in una sala completamente esaurita. Scelti per cercare di scaldare la platea, i romani The Fever, che purtroppo per loro (e per noi) incontrano insormontabili problemi tecnici al momento del soundcheck che si protrae fino alle 23! La sala è ormai quasi piena (si colmerà a livelli di sana irrespirabilità) ed il trio inizia a menar le danze facendo forza su un’oscurità stagnante negli stilemi wave, grazie alle tastiere sempre presenti e mai eccessive che fanno il paio con un drumming secco e preciso. L’ossessività è la caratteristica di un sound (riferimenti agli angolari The Lapse) che viene purtroppo penalizzato dall’acustica poco efficente che rende la voce del cantante incomprensibile. I Fever non entusiasmano pur avendo un paio di pezzi che possono lasciare il segno, ma non stasera, la gente evidentemente provata dalla lunga attesa non risponde con calore. I convenuti sono in maggioranza over 40, pensando alla nascita dei Wire (1976) e facendo due conti all’anagrafe, si comprende tale maggioranza che viene comunque ben bilanciata da moltissimi giovani appassionati, curiosi e fan di un quartetto che ha saputo evolversi negli anni senza rimanere ancorato al primevo punk uscito dai primi due album.

A mezzanotte in punto quando l’Init è sold out, un intro cardiaco quasi ferale, introduce Colin Newman ed il suo recitativo ‘A Mutual Friend’ estrapolato dal capolavoro riconosciuto ‘154’ (siamo nel 1979). Poi è l’esplosione. I londinesi sono in perfetta forma, fisica e musicale, gli assalti iniziali (la brevità dei loro brani non viene dimenticata) lasciano già capire quanta differenza ci sia tra un gruppo VERO che suona da quasi trent’anni ed un gruppo NON VERO (non mi dilungherò in improbe classifiche di merito): siamo su un altro pianeta. I Wire hanno fatto da sempre della concezione minimale la loro bandiera, strutturando canzoni folgoranti, ma anche intellettualizzando la proposta con astrazioni cupe e arrangiamenti sovraccarichi nella loro seconda fase culminata proprio con quel ‘154’, esempio di sperimentazione post punk ai massimi livelli. Atmosfere nere, riff reiterati ed ipnotici, una macchina perfetta di nichilismo e obnubilamento dell’anima. Screziature elettroniche, metamorfosi parossistiche nell’inconscio angosciato, (ascoltare gli statunitensi Pere Ubu per ulteriori informazioni a riguardo) senza tralasciare quei sussulti di dance post apocalittica creati con ritmi cacofonici tirati a lucido. ‘Fiel Day For The Sundays’, ‘Two People In A Room’ via via vengono presentati i brani che hanno segnato la storia di una band unica e senza compromessi. Aspettare ne è valsa la pena. Ascoltare era necessario. And Here It Is Again WIRE.

Emanuele Tamagnini

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