Wire @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Maggio/2008]

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Rosso a frequenza minore e dunque con la lunghezza d’onda più lunga di tutti gli altri colori visibili. Rosso primario. Rosso come il fuoco. Calore. Rosso per stimolare la circolazione. Rosso che scorre nelle vene. Rosso è il colore dei Wire. Sarà perchè ogni tanto sono di quel colore le luci che all’improvviso illuminano il palco. I Wire tornano a Roma cinque anni dopo. E la maggior parte della gente accorsa è probabilmente la stessa di un lustro fa all’Init. Over 40. Tanti. Ma anche il solito sottobosco dark wave che popola da sempre la nostra città. Serata mite. Piena di facce amiche. Chiacchiere. Foto. Sorrisi. E la scoperta che anche noi abbiamo il nostro Napoleon Dynamite. Qualcuno è già ebbro. Qualcuno che darà notevolmente fastidio durante lo show. Qualcuno che dal sottoscritto prenderà un vagone di gomitate. Ma questa è un’altra storia.

Alle 23 in punto le luci si abbassano. Un timido fumo di scena fa capolino (sembra) dal sottosuolo. In nero. Colin Newman, Graham Lewis, Robert Gotobed (che ora usa il suo vero cognome Grey) e Margaret Fiedler McGinnis (già nei Moonshake – nati dalle ceneri dei sottovalutati Wolfhounds – e nei prodigiosi Laika, nonchè membro della touring band di PJ Harvey intorno al 2000) a sostituire (almeno temporaneamente) il dimissionario Bruce Gilbert uscito dalla line up ormai quattro anni orsono. Questi sono i Wire 2008. Newman si aiuta con un Apple poggiato su di un trespolo per leggere i testi che evidentemente ha ormai in parte dimenticato. Elegante. Impeccabile. Come i suoi compagni. Graham Lewis è in formissima. Palestrato a quanto sembra. E’ proprio lui ad esordire: “We’re Wire, and you’re welcome”. Basta questo. Non serve altro. C’era grande attesa ed incertezza su quale potesse essere la scaletta. La speranza era quella di ritrovarsi una sorta di best of live concentrato in un trittico epocale. Ovverosia ‘Pink Flag’ – ‘Chairs Missing’ – ‘154’. In attesa del nuovo ‘Object 47’. E la speranza è stata quasi confermata. Ma più che analizzare ed elencare la solita scaletta val bene soffermarsi sull’impatto sonoro di una formazione certamente leggendaria e seminale. Che in quegli anni era almeno 10 anni avanti a colleghi e coetanei. Colin Newman ha 54 anni. Graham Lewis 55. Robert Grey 57. Eppure spaccano il culo. Ecco, passatemi la licenza poetica. Un muro. Quando accelerano e Newman zompetta piegato su se stesso sembra che il tempo non sia passato. Anzi. Sembra che il tempo abbia preso una strada opposta a quella percorsa dai nostri. Che per una sera diventano eroi. Di un’epoca lontana, cupa, irripetibile. Ma che è rimasta tatuata sulla pelle di molti. Moltissimi. Newman ha il viso simpatico. Sorride. Lewis è il più loquace. Ma poche sono le parole che i Wire dispensano al pubblico. La infagottata McGinnis sembra distante. Distaccata. Eppure la sua chitarra ritmica è cardine fondamentale del sound. Fresco. Integro. Cerebrale (come il recente EP ‘Read & Burn’). Il pubblico dicevamo. Composto tranne che per le file avanti che si distinguono per un pogo sfrenato. Che se non fosse per un “elemento” disturbante sarebbe divertente a vedersi. Il pogo è accanto ai miei piedoni. Assesto qualche gomitata di difesa. Spingo più volte il molestatore. Con le maniere forti. Ho l’avambraccio livido perchè lo sbatto contro il suo fottuto zainetto di merda. Ma questa è un’altra storia. I Wire nel pieno del fomento, dopo 50 minuti, si congedano. Ma ritornano. Una, due volte. Quando Newman smonta il suo portatile è davvero la fine. Ringraziano sorridendo. Band superiore. Delle macchine oliatissime. Che davvero nulla hanno perso in intensità rispetto al glorioso passato. Spiace non aver visto al Circolo qualche “giovane” in più. Che avrebbe potuto comprendere meglio una delle principali radici della musica – finta, plasticata, trendy, ciuffata, a pois e peggio ancora non suonata – che impera in questi anni trasportata dalle acque torbide della Manica. Ma forse è meglio così. Beata ignoranza. E’ mezzanotte e qualche minuto. Mentre acquisto qualche souvenir dei Wire al Corner Shop del locale, noto con estrema tenerezza che Napoleon Dynamite ha acquistato lo splendido cofanetto che racchiude i primi tre album + qualche live. 55 euro. Se lo tiene stretto tra le mani in un bustina di plastica trasparente. Gira da solo. Avanti e indietro col sorriso sulle labbra. Sperando forse che qualcuno possa condividere con lui quella gioia. Lo fermiamo. Gli chiediamo di mostrarci il box. E’ felice. Ci spiega il contenuto. Saluta e corre via fuori in strada. Dimentichiamo il periodo “riot” che ormai ci ha sopraffatto. Il filo è ancora intatto. Per una volta il tempo ha perso.

Emanuele Tamagnini

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