Wire @ Circolo degli Artisti [Roma, 26/Febbraio/2009]

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Back in Rome. Dopo dieci mesi, i Wire sono di nuovo al Circolo. Nel frattempo è uscito ‘Object 47’ e i quattro londinesi hanno preceduto i Sex Pistols sul palco del Traffic. Dopo il pienone del maggio scorso in via Casilina Vecchia, essere sotto al palco del Festival torinese, accerchiata da giovincelli che non volevano altro che (la riesumazione di) Johnny Rotten, è stato tanto piacevole quanto motivo di riflessione. Riflessione presto degenerata in scazzo con l’amico nerd compagno di trasferta, che sul più bello ha ben pensato di rincarare la dose dei vari “ma chi cazzo sono questi” che aleggiavano alle nostre spalle, con un lapidario “certo che il batterista non è proprio bono a suonà”. Sorvolando su come è proseguita la nostra serata, va detto che tra i vari tira e molla che hanno caratterizzato la produzione dei Wire nelle ultime tre decadi (ovvero dopo il trittico ad alta tensione ‘Pink Flag’ – ‘Chairs Missing’ – ‘154’), nel 1990 il batterista Robert “Gotobed” Grey, oggi di nuovo nella formazione, ha temporaneamente lasciato la band. Il motivo? La sensazione di poter essere sostituito da una drum machine. Robotico, metronomico ed essenziale sono in effetti gli aggettivi adatti a Robert Grey. Probabilmente non un esperto di rullate (ma chi può saperlo), eppure il punto non è questo. In un’intervista di qualche anno fa, Colin Newman rispondeva (anche) al mio amico nerd, evidenziando uno dei punti di forza – peraltro piuttosto intuitivo –  dell’estetica “per sottrazione” tipica dei quattro non musicisti-usciti dalle art school. “Dopo il concerto (nel ’78, al CBGB), una ragazza venne da me e mi disse che il suo fratellino sedicenne sapeva suonare meglio di me. Le dissi che però io ero sul palco e lui no. Lei rimase zitta. Alcuni amavano questo fatto. Altri tiravano insulti perché non c’era un’abilità nel suonare chiaramente esternata. C’era un gruppo che suonava perché la band era stata fin dall’inizio capace di suonare insieme; ma non è questione di virtuosismo, perché non si è mai trattato di questo”. Era questione di art punk.

Quando cominciarono a plasmare il post punk mentre il punk era stato appena codificato, li chiamarono Punk Floyd. Brian Eno corretto con l’hardcore. Una band geniale e sempre orientata al futuro. Arte concettuale che sul palco diventa materiale infiammabile. Dal 2005 senza il chitarrista storico – Bruce Gilbert, sostituito dall’anno scorso da Margaret Fiedler McGinnis – nel luglio scorso i Wire sfornano il 47° oggetto della loro discografia e si rimettono in tour. Vederli più volte (solo) in un periodo così ravvicinato, significa sapere bene cosa aspettarsi (rosicare per non averli visti in passato), ma anche testarne la potenza effettiva. Il pubblico è decisamente meno del live pre-album, ma il muro di suono, quello, è devastante, cupo ed elettrizzante allo stesso modo. Anzi, senza la pretesa di una versione post punk della band, ma con la consapevolezza che la veste attuale dei Wire sia più corposa, rumorosa, distorta, e cibernetica (come in ‘Send’ e ‘Object 47′, del resto, ma indossata anche dai pezzi vecchi), ho la sensazione di godere di più della scossa di stasera. Newman, sempre piuttosto taciturno – tanto c’è Graham Lewis a fare un po’ di pr col pubblico –  sembra anche più simpatico, senza l’Apple davanti per leggere i testi e con quel suo molleggiare divertito, tra riff taglienti ed effetti che sembrano tradurre in musica la minaccia di un’imminente era glaciale del ventunesimo secolo. Sono così convinta che ci sia qualche synth nascosto a regola d’arte, che provo anche a farmi amico il fonico, per sapere se le armi sono tutte lì, in mostra. E lui giura di si, che le chitarre hanno un sacco di pedali e che dietro c’è molto lavoro sul suono, anche suo, ammette. Sono in fondo alla sala, e quindi mi fa notare – perchè non vedo – che stavolta, invece del notebook, Newman ha tutto il palco pieno di fogli con i testi: è un tipo preciso e non gli piace sbagliare. Impeccabili eppure violentemente punk. Coerenti nel guardare sempre al futuro, pur mantenendo l’energia – elettrica per definizione – del passato. Il fonico, che divertito aveva canticchiato tutti i pezzi, mi lascia gentilmente la setlist. Che è piuttosto simile a quella di maggio, con un miscuglio orientato al passato prossimo e la bandiera rosa sapientemente sventolata sul finire del set. ‘Our Time’ in apertura, ‘Mr Marx’s Table’, ‘Comet’ e The Agfers Of Kodack’ da ‘Send’, parecchi episodi da ‘Object 47’ (‘Mekon Headman’, ‘Perspex Icon’, ‘All Four’ e ovviamente ‘One of Us’), ‘Being Sucked In Again’ da ‘Chairs Missing’ e, per la gioia di chi la urla per tutto il concerto (ce n’è sempre almeno uno) ‘The 15th’, da quello che per me è il manuale indiscusso della new wave (‘154’). Alcuni brani made in the ’80s – ‘Silk Skin Paws’ e ‘Boiling Boy’ – e poi la botta finale con ‘106 Beats That’, ‘Pink Flag’ con immancabile pogo durante una coda chitarrosissima, la circospezione di ‘Lowdown’ e bis finale con abuso di strumenti a corde su ’12 X U’. Più che soddisfatti anche stavolta. Un’ ora e un quarto forse non è molto, ma l’impatto sonoro e l’unicità di questa band – che definirei più “avant” che “post” – non ha bisogno di tempi lunghi per appagare. È l’estetica della sottrazione.

Dimenticavo. Dopo una mezz’ora, suonano anche i Metronomy. Con qualcuno, commentiamo “per fortuna, dopo”. Perchè il pubblico dei Wire, probabilmente non avrebbe resistito a una simile tortura. Li avevo visti anche la scorsa estate al FIB e, in realtà, non mi erano dispiaciuti. Anche stavolta con le loro pose e un teen-elettro stralunato, con variazione di sax e pianola a bocca in stile ottantone. Joseph Mount, la mente polistrumentista del trio londinese, pare non essere proprio l’ultimo arrivato e ‘Heartbreaker’ e ‘Holiday’ in effetti, sono innegabilmente catchy. Ma il pubblico, che sembra divertirsi, è esiguo e, mi stupisco di me stessa, i tre tirano solo quando la cassa si fa sentire di più. Manca, forse, il contorno entusiasta dei giovincelli britannici muniti di “bottigliette d’acqua” di Benicassim. Mancano idee e una dose plus di energia. Decisamente: Wireless area out of order.

Chiara Colli

4 COMMENTS

  1. vatte a fidà dei fonici…io proprio non lo vedevo
    prossima volta postazione sotto al palco…
    (bel colore la chitarra, eh?)

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