Wire @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Febbraio/2011]

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Gli Wire dal ’76 ad oggi rappresentano probabilmente un faro, una guida da seguire, per tante band che hanno l’ambizione di fare non solo musica, ma arte attraverso la musica. Loro sono il post punk, la new wave, la Gran Bretagna di metà anni ’70 e il suo grigiume, sono ricerca artistica, sperimentazione sonora, minimalismo, Brian Eno, insomma, un monumento della storia del rock sperimentale e underground. A distanza di due anni, se non erro, tornano a Roma con la formazione originale e ancora con la pesante assenza del chitarrista Bruce Gilbert. La location è il Circolo degli Artisti che nella capitale, più passa il tempo e più si rivela il club con più offerta di eventi live che possano saziare un certo pubblico avido di leggende del rock internazionale. C’è da dire però che l’esibizione degli Wire non è stata così coinvolgente, così elettrizzante, così sentita, così “storica” come mi aspettavo e degna del loro nome. Amici e conoscenti (all’incirca una decina di persone), incrociate a fine concerto, avevano avuto la mia stessa impressione, soprattutto rispetto la loro scorsa apparizione romana: un paragone che mi è impossibile avanzare data la mia assenza ai loro precedenti live, ma lo accenno, magari può far pensare.

Ma parliamo del concerto. Aprono i Weekend, giovane trio proveniente da San Francisco, che propone un post punk ventoso e ricercato: puntano sull’effettistica con una propensione verso lo shoegaze. Si impegnano e sono piacevoli, ma  a lungo andare annoiano. Dopo la solita mezz’ora di pausa invece vediamo salire Colin Newman, Robert Grey, Graham Lewis e il giovane Matt Simms a coprire il vuoto lasciato da Gilbert. Il locale è pieno al punto giusto, senza esagerazione per intenderci. Iniziano con ‘Smash’ tratto dal loro ultimo lavoro uscito da pochissimo (a Gennaio in formato CD, ma preceduto dall’uscita in digitale nel Dicembre scorso) ‘Red Barked Tree’, un brano orecchiabile al quale segue ‘Advantage In Height’ da ‘Ideal Copy’ che da il via, durante la serata, alla serie di brani che si interrompono bruscamente, una celebre caratteristica della band. Propongono una scaletta che alterna i nuovi pezzi da presentare al pubblico ai brani storici, ed è forse proprio questo che mi ha fatto pensare ad un’esibizione “moscia”: su 18 brani l’esaltazione c’è stata forse in cinque momenti, cioè su ‘Kidney Bingos’, ‘Two People In A Room’, ‘106 Beats That’, ‘Spent’ e naturalmente sul brano di chiusura ‘Pink Flag’: tutti brani classici del loro repertorio. La loro nuova tendenza quindi è più pacata, elegante, ricercata come al solito, ma manca qualcosa: l’energia, che non vuol dire “potenza”, ma quel qualcosa che ti fa percepire la vitalità di un brano. Non male comunque tra i nuovi pezzi ‘Moreover’. Il pubblico chiede due bis e questo a dimostrazione che una band di questo calibro si può permettere di conquistare ascoltatori anche solo con una manciata di pezzi azzeccati. Loro accolgono le richieste concludendo come già detto con la loro “bandiera rosa”, stavolta senza interruzione netta, e salutando i fan pronti a scattare per recuperare scalette e pretti sul palco.

Marco Casciani

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