Willie Peyote @ Monk [Roma, 28/Ottobre/2017]

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Di buon rap in Italia ne abbiamo? A giudicare dalla presenza di personaggi come Willie Peyote sembra proprio di sì. Guglielmo Bruno, classe 1985, è uno degli artisti più interessanti del panorama musicale nostrano attuale. Torinese e torinista, nichilista per vocazione, ad un ascolto superficiale sembra un ibrido tra l’autoironia del Caparezza più ispirato e il cinismo del primo Fabri Fibra, ma con una connotazione stilistica sabauda molto personale. Dotato di ottimo lessico e di una metrica di gran classe, non risulta mai banale anche quando è più leggero. Ha il pregio di attraversare la diatriba tra vecchia e nuova scuola, risultando appetibile per i sostenitori di entrambe le parti. Uomo prima che personaggio, ha gli argomenti giusti per mantenersi originale e non dover necessariamente cedere agli stereotipi del genere. Non fa trap, non è un purista pedante delle quattro discipline, non ha collane e tatuaggi in bella mostra, non si finge gangsta, non cerca il dissing a tutti i costi e sembra più un nerd che un rapper. Ha la dote di ammaliare per contenuti, grazie ad un’innata capacità di leggere al meglio le pieghe della società contemporanea con arguzia e sagacia. Essendo un ex batterista, predilige la musica suonata al solo uso dei beat e dei campioni. Negli ultimi due dischi prodotti quest’attitudine si fa ancora più predominante. Ha pubblicato quattro album solisti: “Il manuale del giovane nichilista” nel 2011, “Non è il mio genere, il genere umano” nel 2013, “Educazione sabauda” nel 2015 e la “La sindrome di Tôret” uscito neanche un mese fa. Inoltre ha realizzato nel 2014 l’album omonimo con il collettivo Funk Shui Project. La maturazione artistica costante lo ha portato a sviluppare un gusto verso un hip-hop raffinato e di matrice “popolare”, ma con liriche spesso pesanti come macigni. Niente roba per bimbiminkia e facilonerie varie quindi, ballare sì, ma senza mai smettere di pensare.

Non mi era ancora mai capitato di vederlo dal vivo. La sorpresa iniziale è stata ritrovarsi in una sala del Monk gremita ed eterogenea. Alle 23:17 la band sale sul palco. Oltre al rapper ci sono, un tastierista che si diletta anche ai cori e al campionatore, un batterista che al set acustico affianca pad elettronici, un bassista e un chitarrista che lo affianca in qualche doppia e nei cori. L’approccio è funk rock con inserimenti velati di wave e indie. “Avanvera” apre le danze, seguita da una coinvolgente versione di “Glory Hole”. “C’hai ragione tu” ha un grande appeal e la successiva “Interludio (L’Avvelenata)” genera un discreto effetto karaoke. Vestito di nero con giacca che definirà da comunione, si dimostra molto a suo agio sia come performer che in veste di affabulatore. “L’outfit giusto” viene accolto da un boato sin dalla presentazione e “Ottima scusa” mantiene alto il gradimento ed il canto corale della sala. La band suona fluida e dispensa calore comunicativo con grande perizia tecnica. “Willie Pooh” ha un andamento ruffiano e un ritornello killer che ammalia, così come la successiva “La dittatura dei non fumatori”. Prima di proseguire rende omaggio a Cucchi, Aldrovandi e alle altre vittime dello stato di polizia, intonando a cappella un breve stralcio della seconda strofa di “1312”. In seguito ci si abbandona ad una grande versione di “Turismi”, impreziosita dalla citazione sul finale di “Bitch Don’t kill My Vibe” di Kendrick Lamar. La successione che segue è di notevole impatto. “Metti che domani” è pop puro, “Tmvb” è liberatoria e tecnicamente perfetta, mentre “Etichette” ne sottolinea il lato più introspettivo. Un commosso saluto alla memoria di Primo Brown viene accolto da un boato che dona i brividi. “La metà di me” esalta le doti del batterista che sfodera un groove pazzesco, dal breakbeat alla drum’n’bass. Sul finale del brano la band si abbandona ad un lungo inciso jazz, in cui il bassista produce un suono ai limiti della commozione. Davvero notevole, applausi più che meritati. “Peyote 451 (l’eccezione)” accende la sala, mentre “Le chiavi in borsa” e “Porta Palazzo” riportano l’attenzione sul disco nuovo, che seppure appena uscito, è stato già metabolizzato dal pubblico che canta i testi a memoria. “Vilipendio” alza il tiro con una commistione tra il rap d’assalto delle strofe e la fruibilità pop del ritornello. Con “I cani” si parla di religione e l’appeal del brano e quel sentore di blasfemia latente esaltano i presenti. “Io non sono razzista, ma…” viene dedicata a Belpietro reo di non aver gradito l’esecuzione del brano durante l’ospitata dal “democristiano” Fazio, criticandolo in pieno prime time televisivo. Questo pezzo è tra i più riusciti della serata grazie ad un ritmo incalzante che scatena il ballo, oltre ad un battimano all’unisono che coinvolge tutti. In un crescendo d’energia “C’era una vodka” provoca addirittura il pogo nelle prime file. Una macchina da guerra senza tentennamenti e sbavature di alcun genere. “Allora ciao” chiude la prima parte con gran classe, sfoderando un flow impeccabile ed incastri timbrici e musicali perfetti. Impossibile non muoversi e non cedere al refrain: “se saltiamo tutti insieme il pavimento non ci tiene”. La band esce e tutti urlano bis, anzi “bisse”, prima di intonare all’unisono un fragoroso “se non canti l’ultima noi non ce ne andiamo”. Rientrano commossi ed eseguono una versione esagerata di “Oscar Carogna” a cui segue “Vendesi”, che Peyote in sede di presentazione definirà come il suo brano preferito dell’ultimo album. “Che bella giornata” chiude alla grande un’ora e quaranta d’esibizione schietta ed efficace. La questione è solo avere stile e questa sera abbiamo avuto la conferma che in Italia si può fare davvero del buon rap!

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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