Wild Nothing @ Monk [Roma, 8/Marzo/2019]

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È passato qualche minuto dalla fine del live e Jack Tatum torna sul palco insieme ai membri della sua band. Sono intenti a recuperare i propri strumenti, non ci sono roadie a farlo per loro. È il 2010, è il 2019. È il Circolo degli Artisti, è il Monk. Avvicino Jack, è molto disponibile. Ha i capelli corti alla Ian Curtis, ha i capelli lunghi alla Kurt Cobain. Salgo sul palco con un amico per farci fare una foto con la band, rimango sotto al palco a parlare con Tatum e gli mostro la foto di nove anni prima. Incredibile, dice, è passato così tanto tempo. Ci salutiamo stringendoci la mano, ci abbracciamo come due fratelli. È cambiato tutto, non è cambiato niente. Quando si segue fin dagli esordi un progetto che rimane nel tempo sulle stesse frequenze, quasi sempre uguale a se stesso, può capitare di scambiare il passato col presente, di confrontarli, di confondersi. Il primo live dei Wild Nothing al quale partecipammo fu quello del 2010 al Circolo degli Artisti, il secondo due anni dopo nella stessa, defunta, location. In quelle occasioni acquisimmo, all’immancabile banchetto del merch, le prime tre perle della discografia di quella che è una band, ma anche una sorta di solo project di Jack Tatum, dal Virginia senza armi e con splendidi suoni. Proprio grazie a quei CD acquistati l’affetto quasi decennale tornerà a riaffiorare nel corso del live quando, durante il lungo intro strumentale di ‘Golden Haze’, ci ricorderemo che la voce del frontman in quel brano appariva esattamente al cinquantesimo secondo, memori di un tamponamento che avvenne proprio cinquanta secondi dopo il nostro ingresso in macchina, nell’inverno in cui quel disco partiva insieme al motore, giorno dopo giorno, mese dopo mese. La voce di Jack entrava in scena mentre una sgangherata Ford Ka entrava nel nostro paraurti. Sorrideremo ripensandoci, come se quel colpo di frusta fosse stato un dolce colpo di fulmine. Quanto possono cambiare le nostre reazioni, col giusto accompagnamento musicale. Ci sorprenderà notare che sebbene siano passati ben sette anni dall’ultimo live romano e l’hype sia scemato, al Monk qualche minuto prima dell’inizio verrà affisso il cartello del sold out, per la prima volta nei tre live romani, segno che il mix di affezione e nostalgia nei confronti di questo progetto non riguarda soltanto noi e pochi altri, ma una nutrita serie di appassionati di una delle migliori incarnazioni dream pop dei primi anni Dieci. Nonostante il tutto esaurito ci farà piacere notare che non saremo stipati come sardine nella sala concerti e che, se fossimo quel tipo di persona a cui piace stare nelle ultime file ai concerti, potremmo perfino stare larghi e distanti dagli altri.

La data di Roma, mediana tra quelle di Milano e Bologna, fa parte del tour a supporto di ‘Indigo’, dato alle stampe il 31 agosto dello scorso anno per Captured Tracks, etichetta di ogni altro disco realizzato con questo moniker. Il quintetto salirà sul palco poco prima delle 23.30 e insieme a Tatum che si occuperà di voce, chitarra e talvolta tastiere, ci sarà un altro chitarrista, un bassista, il tastierista ed un batterista. In alcuni brani oltre a questi strumenti si aggiungerà anche un sax, molto apprezzato. L’apertura della scaletta con ’Nocturne’, brano tratto dall’omonimo sophomore, romperà subito il ghiaccio e ben disporrà i fan che non sembreranno accusare nemmeno il rischioso inserimento di ben sette pezzi (su sedici) tratti dal disco più recente. D’altronde il tempo per ascoltare e assimilare ‘Indigo’ c’è stato in abbondanza ed oltretutto il disco ricalca i pattern conosciuti ed apprezzati da pubblico e critica nei primi lavori a nome Wild Nothing. Per il resto verrà toccata tutta la produzione, con tre brani pescati dall’esordio ‘Gemini’, come ’Chinatown’ che quasi dieci anni dopo fa sognare come la prima volta e ‘Summer Holiday’ che farà partire i timidi cori dei timidi spettatori, perchè questa è musica per timidi. Tre brani anche da ’Nocturne’, tra cui quelli di apertura e chiusura, uno a testa dai pregevoli EP ‘Golden Haze’ ed ‘Empty Estate’, mentre verrà snobbato quasi in toto il penultimo lavoro sulla lunga distanza, l’appena sufficiente ‘Life of Pause’ datato 2016 e che vedrà la sola esecuzione di ‘Whenever I’, non un grande omaggio a un disco di soli due anni fa che di pezzi ne contiene undici. Passeremo una splendida ora e un quarto, immersi nelle chitarre sognanti, nei feedback, nelle tastiere, e che verrà chiusa da ’Shadow’, per ironia della sorte brano di apertura del secondo album. Il nostro finale invece è descritto in cima al report, con l’incontro che ci riporta la mente a quello di nove anni prima. Possiamo affermare senza dubbio alcuno che la #9YearsChallenge dei Wild Nothing è stata vinta, ma concedeteci una menzione anche per tutti noi che abbiamo riempito il Monk e che nonostante le imposizioni del mercato, della moda, del tempo, dei bombardamenti social, della non musica del momento, non abbiamo ceduto e siamo usciti di casa per andare ad ascoltare ancora con tanto piacere quello che amavamo, amiamo, ameremo. Almeno per altri nove anni.

Andrea Lucarini

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