Wilco + Retribution Gospel Choir @ Auditorium [Roma, 30/Maggio/2010]

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Difficile. Ecco, questa è la recensione più dificile della mia anonima carriera. Come faccio a usare le parole? I Wilco questa sera hanno confermato di essere la più grande band dei nostri tempi, o almeno, se vogliamo leggermente stare calmi, una delle più grandi. E io come faccio a metterlo per iscritto? Su disco mi piacciono ma è dal vivo che sono imparagonabili. Andiamo con ordine. E’ la mia prima volta all’Auditorium e ci vengo pure da accreditato stampa. Giustamente penso che, non avendo pagato, mi debba stare zitto e accontentarmi dei posti in piccionaia e invece, sorpresa, mi trovo in seconda fila posto 1 (sennò che accredito stampa è?, ndr). Riesco a contare i peli del naso di Jeff praticamente. Il povero amico Cecco invece è più distante. Scopro con raccapriccio che le prime file sono tutte di giornalisti. Accanto a me un noto direttore di un noto giornale che parla di “stare assieme” che passa tutto il tempo ad amoreggiare con la sua fiancèè manco il primo cinemino al tempo delle mele. Noto un accigliato Guglielmi in terza fila. Defilato. Passerà tutto il tempo a tambureggiare con i polpastrelli pensando all’influenza dei Green Day nella musica degli anni ’90.

Le mie orecchie sono subito squarciate dalla band di supporto, i Retribution Gospel Choir (con Alan Sparhawk leader dei Low) che impressionano la sala ancora intenta ad empirsi. Mentre, stile festival di Sanremo le persone prendono frettolosamente posto accompagnate dalle hostess, il power trio concentra 20/25 minuti furibondi di math rock allucinato. Schegge impazzite di punk, noise, At The Drive In, fuzz, garage, acidi. Possenti, crsescono con il tempo, incalzano sempre di più, provo a fare il super snob leggendo un libro mentre li ascolto ma non riesco. Sono grandi. E sanno pure di esserlo. Si incazzano (giustamente) perchè gli tagliano la scaletta. Ma quando rientrano per portarsi via i cavi vengono accolti da un’ovazione. (Il secondo album è uno dei dischi dell’anno!. ndr)

I Wilco. La Band. Giunti al settimo disco in teoria non hanno da dimostrare più niente a nessuno. Il sold out all’Auditorium dimostra poi la loro popolarità. Quando entra Jeff è davvero goffo. Le gambe storte, i capelli arruffati, la faccia alla Beppe Grillo, il culo piatto e basso, quei pantaloni attillati che gli stanno malissimo. E si muove pure male. Sembra un primate. L’inizio è soft, se non ricordo male la prima dovrebbe essere stata ‘Ashes Of American Flags’ anche se la band predilige i brani del nuovo disco ovviamente; band coesa, tutti di livello eccelso soprattutto il chitarrista solista con i suoi lunghissimi solo melodici. Jeff è maniacale, cambia chitarra ad ogni canzone e non spiccica parola per i primi 7/8 brani, neanche un “Hello”. Atteggiamento che mi piace. Ma che poi cambierà del tutto. Con l’andare del concerto (2 ore e 20!) i Wilco prendono possesso della scena, catalizzano tutti e sono ‘I’ll Fight’ prima e ‘Impossible Germany’ a scatenare le prime ovazioni. Ma è un sussegguirsi continuo, la band dilata i brani, li rende più rumorosi, corposi, ci sono 40 anni di rock americano in questi due ore, condensati e calibrati perfettamente, tra Neil Young, The Band, The Black Crowes… Prova superlativa del batterista tra l’altro. Passano poi ‘Bull Black Nova’ e qui la band dimostra tutta la sua caratura. 10 minuti di scariche elettriche e jam, così come il blues allegro di ‘Heavy Metal Drummer’ coinvolge tutta la sala. Magnifiche l’americanissima ‘You Never Know’, e la meraviglia ‘Sunny Feelings’. Altro momento clou è stato ‘Via Chicago’, dove nel bel mezzo della dolcissima ballata tutta la band si sfoga più volte cercando di fare più rumore possibile mentre Jeff continua impassibile a cantare la sua ninnananna dedicata alla sua città d’origine. Il contrasto, elemento ambito e sempre ricercato dalla formazione di Chicago. Dolci ballate e lunghisisme parti noise di 12 minuti, anche su disco.  Jeff si scioglie e dopo un iniziale silenzio comincia a blaterare di tutto. Dice che il posto è sì bellisismo che è un onore suonare lì, che si sente una meraviglia ma che sembriamo tutti addormentati su quelle poltroncine (deve aver visto me che stavo scomparendo tra il tessuto a un certo punto). Allora il pubblico si alza e fa anche una specie di invasione durante i bis sotto il palco. Tsk, maledetti plebei, così non vedo più niente dalla mia seconda fila e devo alzarmi pure io. I tipi della security cercano pure di fermarli ma ricevono sonore pernacchie e tutte le foto che non si potevano fare “vietatissime”, “assolutamente proibite”, “vi si può sequestrare tutto” vengono scattate. Nei bis eseguono ‘Califoria Stars’, a cui partecipano anche i Retribuition Gospel Choir, e mi fa felice come un bambino e poi altri quattro brani nell’ironia generale con il batterista che imita Lars Urlich e i chitarristi che fanno il verso a Hendrix e Page. Finisce con una standing ovation. Però devono ancora fare ‘On And On And On’. Io ero andato solo per quella. E invece si accendono le luci. Chiedo ad un ragazzo che ha afferrato la scaletta di vedere gli ultimi brani e scopro che effettivamente la mia prediletta c’era e pure posizionata alla fine ma è stata tagliata. Ci rimango malissimo. Ma è un attimo. La sensazione fuori, a parlare con l’amico Cecco, è di aver assistito a un concerto commovente, fatto da grandi musicisti come per anni non ne vedrò. Però se non c’eravate le mie parole sono state poverissime e quindi non riuscirete mai a capire. Mi spiace.

Dante Natale