Wilco @ Estragon [Bologna, 9/Marzo/2012]

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E’ un peccato non essere Sciascia o Bufalino o Arbasino per raccontarvi il mio bramosissimo, secondo concerto dei Wilco. Procederò dunque, miei cari e fiduciosi lettori, ad una recensione semplice. Solo due giorni fa, causa diffuso amore di fan previsti a riempire le luci blu dell’Estragon, avevo abbandonato l’idea e l’attesa dell’immenso piacere di poterli rivivere in quelle due o tre ore di pura poesia. Ma Nerds Attack!, la mia ancora di note, fa il miracolo e alla faccia dei bagarini partenopei riesco a entrare. Nel 2010 Roma pensò bene di accoglierli in un Auditorium ordinato e scortato che non dava scampo ad un ascolto impeccabile. Dalle poltronissime di Renzo Piano offerte per di più con i Retribution Gospel Choir, gruppo spalla di estremo rispetto, mi alieno nel 2012 in una distesa di fottutissime fotocamere digitali stagliate in alto con la speranza di fermare attimi immancabilamente sfocati. Ad aprire il concerto la noia ad espansione della giovane belga Scarlett O’Hanna che riesce a mitigare il torpore dei suoi pochi minuti solo con un ultimo brano che riporta alla luce il suono genuino della chitarra. Ritenta.

Dopo quindici minuti di ritardo, e per l’esattezza alle 22.15 Jeff Tweedy e gli altri cinque Wilco emergono dal palco. Presentano ‘The Whole Love’, il nuovo disco, ennesimo capolavoro di una carriera stellare, che è già storia e non ha rivali nel classic rock americano degli ultimi 30 anni. I Wilco sono la sintesi suprema di tutto ciò che ha fatto la storia del genere, dalla Band a Neil Young, da Dylan ai Pearl Jam, dai Cream agli Yardbirds, da Lou Reed ai Jefferson Airplane fino alla modernità di oggi, e sono maestri nel dar lustro a quel bagaglio musicale che ritorna nuovo e attualizzato e inconfondibile ad ogni album e che esplode meravigliosamente in ogni performance. Invecchiano benissimo i Wilco. ‘One Sunday Morning’, punto più alto del nuovo disco, apre il concerto e mi ritrovo ad ammettere ancora una vota che, molto probabilmente, è la cosa più bella scritta da Jeff in tutta la sua carriera. Il pubblico è impietrito davanti alla melodia sognante del brano ma, ahimè, anche scemo poichè la smania di voler applaudire li depista dalla fine del brano, dilatato sia su disco che su live per oltre dieci minuti, e per ben tre volte i dolci accordi delle tastiere e delle chitarre si perdono nel buio degli applausi stile applausometro. Maledetti. Per mia fortuna, e lo dico per voce della mia innata intolleranza durante i concerti, sarà l’unico momento “fastidioso” della serata.

Aprono con questa splendida ballata ma sono i rumori iconoclasti di ‘Art Of Almost’ straripanti e quasi industrial/noise a squassare l’Estragon con il visibilio e la quasi incredulità di chi, come me, aveva accolto su disco questa svolta moderna con una certa diffidenza. Dal vivo, sorpresone, il risultato è scintillante. I Wilco suonano, suonano tanto, il loro concerto sarà un concentrato di tutto il rock americano dagli anni ’50 ad oggi, swing, country, blues, hard rock, jazz e folk, c’è tutto, con stile e semplicità. Lo spettacolo lo offre il chitarrista Nels con il suo tocco straordinario ma anche con le sue buffe movenze, perchè nei momenti più hard del concerto si diverte a suonare la chitarra come Janick Gers dei Maiden. Ma è nella pazzesca versione di ‘Impossibly Germany’ che si raggiunge l’apice; Nels tira fuori un assolo fuori dal comune che schianta noi, 5000 adoranti di questo spicchio di Illinois. Un assolo lungo, in parte improvvisato, in parte no, folle, esagerato, narcisista e bislacco, comico, melodico, a tratti alla Van Halen, che si libera poi nella parte finale quando la riconoscibilissima e famosa melodia con cui termina viene affidata al pubblico che canta un assurdo “parapà parapà parapàpàpà”. Alla fine si solleva un’ovazione immensa per un Nels letteralmente stremato dalla fatica. Jeff non riesce a far partire il successivo brano, il pubblico è chiede ancora al chitarrista un inchino. Lui si alza timidamente dalla sua slide guitar, si asicuga il sudore con la camicia e ringrazia con devozione. Jeff impiega più di 12 brani per dire la sua prima parola, ringrazia, è cortese “Sorry but Wilco try to play as much music as possible, its better than talking”. Approfitta di questo momento però per un simpatico fuori programma in cui mostra una maglietta vista e acquistata dai bagarini fuori in cui ci sono le caricature di quattro componenti dei Wilco… che invece sono sei e anche più assurdo e divertente è che tra i due assenti ci sia proprio lui, autore di tutte le musiche e di i tutti i testi. Una risata e si riparte. C’è spazio per brani da ogni album della loro discografia, da ‘Im Trying To Break Your Heart’, che scopro molto popolare, alla nuova ‘Capital City’, già un classico, dal fischettìo allegro e scanzonato di ‘Dawned On Me’ fino alla vecchia ‘A Shot In The Arm’ da ‘Summerteeth’ in mezzo a un pubblico che urla quasi istericamente assieme a Jeff “Something in my veins/bloodier than blood/bloodier than BLOOD/bloodier THAN BLOOD!! /BLOODIER THAN BLOOD!!!”. Una scarica di chitarre e batteria quasi fosse il finale di una canzone dei già citati Van Halen, chiude la prima parte prima di riprendere nei bis con il capolavoro di ‘Via Chicago’ uno dei momenti che tutti aspettano, quello del contrasto, del folk che incontra il noise, tra Jeff e la sua band, intenti ognuno a suonare per conto proprio. Segue l’allegria di ‘The Late Greats’ e si chiude nel tripudio con la doppietta tutta rock and roll e party di ‘Monday’ e ‘I’m A Wheel’ con tutta la band a suonare ai massimi livelli, e sempre, come hanno fatto per tutto il concerto, con il sorriso stampato sulle labbra. Le uniche pecche sono nella scaletta, era difficile accontentare tutti considerata la loro lunghissima discografia. Mi è dispiaciuto non aver potuto ascoltare nessun brano tratto dai due dischi con Billy Bragg (due anni fa suonarono la splendida ‘California Star’) e ancora una volta mi hanno lasciato con l’amaro in bocca… niente ‘On And On And On’. Per il resto, concerto impeccabile. Impossibile fra 20 o 30 anni fare la storia del rock senza di loro. Monumento all’amore per la musica, i Wilco sono semplicemente la band da vedere in concerto almeno una volta nella vita. Ora, che sono attuali, e non fra 20 anni.

Dante Natale

6 COMMENTS

  1. Bella iron Dante, recensione succulenta. Stima e invidia si aggrovigliano per te che eri presente al concertone.
    T’hanno pure sparato ‘One Sunday Morning’ come intro, neanche a farlo apposta eh??
    Un abbraccio

  2. come vi invidio. Visti in concerto a praga a settembre di due anni fa, un concertone. Con il bonus sotto forma di John Grant come opening act. Sono meravigliosi.

  3. Grandissimi sempre…Per una volta, all’estragon atmosfera respirabile (se vogliamo parlare di pubblico “scemo”,parliamo di chi continua a fumare ai concerti impestando l’aria di per se già irrespirabile),scaletta un pò strana(mancanti Jesus, ashes of an merican flag, at least it’s what you said, tanto per dire) ma si sa che Wilco sono un gruppo “vero”, che vive(e regala a bizzeffe)di emozioni e quindi ci può stare che certi brani storici rimagano fuori dalla scaletta, ma la When the roses..di woody guthrie ha compensato alla grande…Immense anche impossible germany one sunday morning e tante altre…Jeff forse un pò tirato, la scatenata performance della sera prima a milano forse aveva lasciato il segno in un fisico non propriamente atletico…concludendo forse il meglio l’avevano dato la sera prima, a firenze e ferrara furono onestamente più coinvolgenti (ma anche la location era cento volte superiore, due teatri seicenteschi con acustica straordinaria…),ma di gran lunga questa è la più grande band del pianeta, insieme ai radiohead…che mi papperò in piazza maggiore tra pochi mesi. av salut

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