Widowspeak @ Lanificio 159 [Roma, 4/Maggio/2013]

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Sulle sponde dell’Aniene, regna un’atmosfera quasi indefinibile. Il polline di pioppi che fluttua a mezz’aria e a perdita d’occhio, la luce incerta che rozzamente illumina lo scorcio di questa ormai non più tanto periferia romana, il fresco umido beffardo, quasi innocuo ma sempre crescente man mano che le ore passano. Terra fertile per un germogliare di ricordi, che passano, tornano, si sospendono e poi definitivamente si radicano in un eterno, agrodolce ritorno. Ma a spazzare questo tappeto di neve impollinata basta un’ora e mezza di musica per menti e cuori nostalgici. I Widowspeak di Molly Hamilton e Robert Earl Thomas sanno come mettere gioie e dolori a mollo in un limbo di sognante rarefazione e di dolce oblio: pochi e semplici accordi southern, orgoglioso scialo di delay e chorus, una donna dalla voce eterea e angelica e il gioco è perlopiù fatto.

Sulla terrazza del Lanificio 159 è quasi inquietante osservare il manto bianco di polline steso a terra nella penombra. Simili osservazioni saranno state in bocca alla backing band dei Widowspeak, appoggiati giusto affianco a noi. Nel frattempo, sul palco salgono due ragazzi di certo sotto la trentina se non sotto i venticinque. The Fucking Shalalalas, si chiamano. Lui, alla chitarra e voce, ha uno stile quasi smaccatamente nerdico, con camicia a quadrettoni blu, occhialoni troppo grandi e gran ciuffo quasi a coprirgli gli occhi: una specie di via di mezzo tra un Julian Casablancas e un J Mascis. Lei, al violino elettrico e voce, aria naive. Repertorio acustico abbastanza classico, quasi da spiaggia, con tanto di cover finale di ‘After Hours’ dei Velvet. Intermezzo piacevole.

A seguire Simone Olivieri, già salito prima sul palco a dare una mano al duo con le tastiere. Lui è ancor più coraggiosamente solo. Devo dire che, sul principio, l’impressione non è delle migliori, anzi. Il problema purtroppo è la voce: soprattutto quando sale a prendere le note più alte, Olivieri sta clamorosamente fuori di tono. E qua non si sta parlando di una scelta deliberata: per canzoni così, o la voce prende le note giuste o altrimenti niente da fare, la cosa non va. Peccato, perché sulle musiche ci sarebbe parecchio da apprezzare. Un cantautorato esile e gentile, con soluzioni armoniche semplici ma azzeccate, suoni languidi e una vena malinconica a fare ovviamente da contorno. Il punto più basso si tocca quando Olivieri si mette alle sole tastiere, per un pezzo francamente inutile, noioso e poco ispirato (canto compreso). Fortunatamente, da qui non si fa che salire e il cantautore guadagna punti su punti. Prende finalmente le misure alla voce e ci lascia con alcuni tra i pezzi migliori del suo set. Recuperato (e da recuperare).

Ed eccoli qua, la coppia più bella del mondo. Lei incantevole, vestita di scuro e con i boccoli a incorniciarle la fronte, di una bellezza d’altri tempi. Per non parlare di quella voce che più dreamy non si può: una perfetta sirena shoegaze. Lui è deliziosamente vintage ma passato anche un po’ per gli anni ’90: i capelli e il baffo importante non possono che far tornare in mente stagioni andate e adolescenza passata ad ascoltare Allman Brothers e Ten Years After, mentre i jeans che lo ricoprono dal collo in giù riammodernano il guardaroba per fissarlo a circa una ventina d’anni fa. A completare il quadro, il secondo chitarrista-tastierista, ancora più smaccatamente taglialegna degli Appalachi, un batterista dall’aspetto decisamente da turnista e il bassista grunge di seconda categoria. Pronti, partenza, via e si va subito con ‘Perennials’, primo brano dell’ottimo ‘Almanac’. E si dichiara subito palesemente quale sarà il mood di tutta la serata: atmosfere desertiche e gauchesche, sporcate da bordate di delay e da una vena epica cavalcata dalla chitarra di Thomas, tutto impreziosito dalla voce eterea della Hamilton, che sposta l’orologio a periodi più vicini ai nostri (l’eco di Bilinda Butcher si sente forte e chiara). Rispetto al disco, i pezzi passano tutti per un trattamento più rockeggiante e sudista dal vivo, perdendo forse in parte la vena più sognante e legata al wall of sound delle chitarre distorte e rumorose. I pezzi dell’ultimo disco ci sono tutti: si passa per ‘The Dark Age’, più decisamente “valentiniana” alla ‘Ballad Of The Golden Hour’, col suo ritmo deciso e le sue chitarre slide, alla colonna sonora western di ‘Sore Eyes’, alle vacanze a Saint Tropez di ‘Spirit is Willing’ fino alle ispirazioni più espersiane (e non solo nel titolo) di ‘Storm King’. Divertente e suggestivo, poi, il siparietto di ‘Thick As Thieves’, dove Thomas affianca il bassista dietro alle tastiere. Durante tutto questo, Molly Hamilton ha avuto tutto il tempo di far innamorare e sciogliere tutta la platea, mentre diventa evidente quale sia stato il primo regalo da bambino di Robert Earl Thomas. La sua simbiosi con la chitarra è quasi commovente, e si rimane divertiti e incuriositi dal pathos e la veemenza infusi in ogni nota, quasi come se ognuna potesse essere l’ultima. E da questa esibizione, ‘Almanac’ ne viene fuori ancora più luminoso di prima. Diverso, ma comunque potente. Certo, il tracciato rimane quello e chi si aspetta di sentire atmosfere e paesaggi musicali diversi a ogni pezzo rimarrà deluso. Li attendiamo alla prova successiva, che forse non potrà evitare di cercare strade di diversificazione maggiori per uscire da temi che rischiano di accusare la prova del tempo. Ma i Widowspeak ora sono un monolite di mesmerica e cullante armonia e ce li gustiamo così. Endorfinici.

Eugenio Zazzara