Who Made Who @ Auditorium [Roma, 24/Novembre/2006]

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[Garage Olimpo]
L’armadillo vuole fagocitarmi. La serata è umida. Apparentemente senza vita esterna. Tra divieti di sosta sparsi come mine anti-uomo riesco a farmi largo fino all’inquitenate parcheggio sotterraneo. Non ho voglia di trastullarmi tra le vie asettiche dei Parioli. Ho la gola in subbuglio eversivo ed ogni tipo di pastiglia calmante. Ma il primo piano è off limits. Semaforo rosso anche per il secondo. Rimane la terza ed ultima possibilità. Il terzo piano (“C”) è deserto. Silenzio sinistro. Lato destro d’uscita. Insostenibile odore di urina. Il rimbombo dei nostri passi si muove minaccioso. I bagni, certo. Ecco quell’olezzo. Le scale a passi decisi. Vorremmo riveder le stelle. Finiamo sbattuti in mezzo al parco dell’auditorio. Tutto è immobile. L’armadillo si staglia imponente. Nessun cartello indica la retta via. Imbocco il retro della Sala Santa Cecilia. Ingresso Vietato Ai Non Addetti Ai Lavori. Ora capisco. Cerco da qualche parte il mio codice. THX 1138. Sono Robert Duvall ne “L’uomo Che Fuggì Dal Futuro”. Ma qui, stasera, appare irreale. Il mondo. Nuovamente giù per le scale. Un gentile omino alla cassa di mezzeria ci spiega il percorso pentatletico. Ricordando che il parcheggio chiude a mezzanotte e mezza! Siamo chiamati a migliorare il nostro personale sulla media distanza. Terra battuta, piante, una lunga discesa e le luci riflesse su cataste di libri in vendita ora sono sagome familiari. Ritiro il mio invito. Ma abbiamo bisogno di un altro biglietto. Le casse vuote. All’improvviso una coppia di amici irrompe sgomitando. Calpestando il nostro diritto alla precedenza acquisita. “Posso pagare con la Visa?“. Capisco tutto. Poveri diavoli. In tempo per un cappuccino in salsa regale. Il bar sta chiudendo (!!). Dove siamo?

[Meet In Town]
Dopo l’anteprima di qualche settimana fa, prende il via ufficialmente il nuovo appuntamento promosso da Musica Per Roma, in collaborazione con Snob Production e Dissonanze dedicato alla musica elettronica e ai principali campi di ricerca ed espressione artistica che utilizzano strumenti digitali. Il programma è a cinque stelle. Ogni data schedulata un’autentica leccornia per gli appassionati. Ma non solo. La base è il Teatro Studio. Sala quadrotta dall’acustica praticamente perfetta (ci mancherebbe!!!). Per questa occasione, colorata da una buona affluenza di convenuti, a volte attenti, a volte chiassosi, alla fine spassosi.

[Elettro Start]
Ad aprire sono chiamati i tre fiorentini Ether – Cou, K.Uze e Biga – disposti davanti alle loro riconoscibili macchine dal piccolo frutto bianco. Tre grossi schermi campeggiano alle spalle e fondono le immagini softy.kicking con tappeti di contaminazione trasversali. Piace senza dubbio di più la prima parte del set. Che coinvolge cerebralmente come in un avvolgente viaggio astratto. E come se il trip hop fosse scarnificato. Reso crudo e infilzato da taglienti glitch ritmici. Poi alterazioni elettro-minimali che ricreano paesaggi ambient. Ricerca e spessore. Per quasi un’ora applaudita e forse troppo appesantita.

[We Are Happy. An Happy Band]
La sorpresa nelle sorprese. Un pacco pre-natalizio dalla fredda Danimarca. Debuttano sul suolo capitolino ed eruttano divertimento i tre Who Made Who. Che sembrano usciti da qualche sequenza di “Napoleon Dynamite” montata sul madre patria “Le Mele Di Adamo”. Visivamente ricordano la Outlaws Blues Band una misconosciuta rock blues band degli anni sessanta che incideva su Bluesway. Autentici nerds d’altri tempi. Ma quello che conta è la furba, scaltra, originale proposta disco punk funk che viene molestata, ibridata e sparata a mille in corso d’opera. Dall’esordio omonimo arrivano le frecce che colpiscono la voglia di muoversi degli astanti. A parte qualche linea vocale che conferma quanta influenza abbia avuto l’avvento di Josh Homme versione QOTSA (vedi “Space For Rent”) il resto del set (di circa un’ora) è un’orgia caricata ad orologeria pronta a devastare. Sincopatie senza ritorno. Mentre il Teatro Studio è ormai trasformato in un dancefloor newyorchese con lancette fisse sul 1980. Che raggiunge l’apice con la versione personale di “Flat Beat” di Mr. Oizo. Siamo sicuri che gli osannati nuovi alfieri del sound punk funk della grande mela sappiano fare meglio di questi tre ragazzi venuti dal nord Europa? Si dichiarano felici di essere a Roma in una sala così bella. Raggianti di essere una happy band. Per tutti i gusti. L’omino è ancora al suo posto.  L’armadillo è vinto. La tosse farà il suo corso nella notte.

Emanuele Tamagnini

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