The White Stripes + Whirlwind Heat @ Palacisalfa [Roma, 1/Giugno/2003]

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Visto e considerato che i coniugi White non includono nella loro scarna line-up il basso, credo sia per opportuna par condicio che il gruppo spalla faccia a meno della chitarra. La folla degli astanti rimane per lo più indifferente alla parafrasi post punk messa in scena dai Whirlwind Heat: i tre presentano il disco di debutto ‘Do Rabbits Wonder?’, prodotto da Jack White, registrato da Brendan Benson e missato da (pare) Dave Friedmann, che verrà pubblicato a giorni dall’etichetta inglese XL. Partono come un convincente incrocio tra Joy Division e Atari Tennage Riot, per poi esorbitare nervosamente in crescente violenza sonica e moltiplicate fratture ritmiche, in stile Arab On Radar. Lo strumento a quattro corde di Steve Damstra domina tutte le frequenze alternando un walking plettrato tipicamente primi ’80 alle esplosioni di un effetto synth distorto e pitchato, furiosamente seventies, che ho trovato davvero esaltanti. Ad arricchire il buffet dei suoni, l’esagitato cantante David Swanson sciorina con intenzionale maldestra approssimazione cascate risonanti di Moog.

Terminato lo show d’apertura di questo gruppo, che credo varrà la pena di tenere in considerazione nel futuro, il palco viene smontato e preparato per gli White Stripes da stravaganti signori in bombetta e occhialini – un vero tocco di classe – che passano la maggior parte del tempo ad accordare il meraviglioso design futuristico anni ’50 della chitarra (Danelectro?) di Jack, la stessa che fa bella mostra di sé nel video di ‘Seven Nation Army’, il singolo estratto dall’ultimo ottimo lavoro ‘Elephant’. I fratelli fasulli salgono accolti da un prevedibile boato e la festa comincia sul serio: la risposta è immediatamente fisica, con focolai di pogo e sovraeccitazione diffusa. Una considerazione di ordine sociologico è opportuna: i presenti sono ascrivibili alle più disparate etnie musicali, dagli indie-nerds-intellettuali ai new-rockers ai più scialbi fichetti mtviani, ma non c’è un metallaro che uno. Basta censire le t-shirts per rendersene conto: Stooges, 90 Day Men, Doves, Smashing Pumpkins, Primus, persino Beatles, ma nessuna icona metal. Sulle prime Jack, in maglietta rossa tagliata e ricucita con spago nero e circensi pantaloni bicolore, canta con timbro strozzato e sforzato, facendomi malignare l’eventualità che si tratti dell’ennesima bufala camuffata da un sapiente lavoro in studio di registrazione. Ma dopo poco devo ricredermi: la voce c’è, autentica, con i suoi irresistibili falsetto. Come del resto autentica è la sua attitudine blues, che si riflette in ogni dettaglio della sua performance. Pur non essendo certo un tecnico eccezionale, la sua maestria con la chitarra sta proprio nel saperla far suonare, riempiendo l’intera gamma dell’udibile con un solo strumento, combinando dolcezza e potenza, in un vintage sound nel quale l’unica tentazione di modernità è rappresentata da un uso molto moderato del Whammy Pedal in alcuni assoli col bottleneck e nel riff ribassato di ‘Seven Nation Army’. Tanto attento al suono, quanto viscerale ed istrionico nel canto, Jack è veramente una sudata ed autentica incarnazione vivente di ogni stereotipo del blues e del rock’n’roll, inclusa una certa quale impressionante veemenza satanica (aiutata forse dalla sua spaventosa somiglianza con Michael Jackson). Meg White, dal canto suo, e forse per copione, rappresenta il bene e la compostezza: raccolta nel suo vestito niveo e con la chioma nera legata ordinatamente (al contrario della scompigliata e fradicia frangia di lui), suona la batteria con distaccata leggerezza e sorridendo sobriamente, come se stesse a casa sua, facendo la maglia in cucina. Non sembra affaticarsi troppo e certamente non suda. Il suo stile è quanto meno elementare, ma rigoroso: riesce a offrire un supporto adeguato anche nei brani nei quali maggiormente si può apprezzare la selvaggia influenza detroitiana di band come MC5 e Stooges. Gli White Stripes non si risparmiano e infilano un pezzo dietro l’altro per un’ora e mezza senza soluzioni di continuità. Il repertorio spazia in tutte le loro produzioni, privilegiando ovviamente le ultime due, che hanno conferito loro il successo presso il grande pubblico. Concedono solo un bis e i saluti di circostanza ma, tenuto conto del grande e genuino coinvolgimento dimostrato da Jack per l’intera durata del set, è più che abbastanza. Quando tutto finisce esco strizzando la maglietta, pienamente appagato ed intimamente soddisfatto: è stato davvero un gran concerto.

Alessandro Bonanni

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