White Rose Movement @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Novembre/2006]

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Per la prima volta mi sento di parlare in modo approfondito dei cosiddetti gruppi spalla che hanno accompagnato il concerto in questione. Il fatto è questo: malgrado la folla di adolescenti veri ed attrardati presente per l’occasione, che ha letteralmente osannato come divi i White Rose Movement, i gruppi spalla, a mio modesto avviso, avevano sicuramente qualcosa in più da dire, musicalmente parlando, ma ovviamente dei tagli di capelli molto meno alla moda… sebbene l’impegno, devo dire, c’è stato. Ma si sa… gli adolescenti in materia di stile sono impietosi.

Partiamo dai capelli più demodé: quelli degli Avantgarde, gruppo fondamentale della scena dark-wave romana. Alessio Schiavi e compagni hanno presentato per l’occasione dei nuovi pezzi, devo dire, colpendo nel segno, soprattutto per le linee di canto maggiormente incisive, che non contraddistinguevano i precedenti lavori, in cui il cantato catacombale, ricordava chiaramente Andrew Eldritch o il Milo Sassolini più oscuro. Per quanto riguarda l’arrangiamento dei pezzi, le sonorità sono quelle a cui Schiavi ci ha sempre abituato: un intreccio di flanger che crea una barriera sonora vischiosa, quasi impenetrabile, decisamente “grigia”. Purtroppo, come ho avuto modo di constatare in più occasioni, gestire una tale sonorità dal vivo è un affare non così facile da gestire: i pezzi immancabilmente, rispetto alle versioni da studio, perdono d’atmosfera, le dinamiche ritmiche di vigore. Una questione di volumi, principalmente: la batteria elettronica, dai patter assolutamente stranianti e spietati, si sente appena sotto il muro sonoro delle chitarre e del basso equalizzato su troppo basse frequenze. E’ un vero peccato, francamente. Come mi capita di dire 9 volte su 10 ascoltando qualcosa a Roma…!

Sul palco si avvicendano i mal pettinati Mary Go Round: sinceramente ero parecchio prevenuta nel confronti di questa formazione, principalmente infastidita dalla scelta del nome… perchè sceglierne uno così simile alla formazione new wave francese dal così glorioso passato? (Se è per questo ne esiste anche una garage rock degli anni ’60, ndr). Si rifaranno forse a loro? Ma nemmeno per idea. E’ new wave? No. E’ punk? No. E’ hardcore? No. E’ pop. E che pop! Arrangiamenti curatissimi, stop and go della ritmica giostrati magistralmente, un bel suono massiccio e compatto di chitarre e basso. La voce però risulta banale, le linee di canto seguono pedissequamente la ritmica del pezzo, non si discostano mai troppo dalla nota dominante. Un po’ noiose, prevedibili; prevedibili anche le progressioni armoniche dei pezzi. Ma sono pop o sono punk? Ok, la faccio finita. I Mary Go Round sono pronti per Mtv: perchè nessuno non se ne è ancora accorto? Sono proprio tutto quello che potrebbe piacere ad un sedicenne: hanno una ritmica coinvolgente, che si presta meraviglosamente al pogo, non sono impegnativi melodicamente, non sono impegnativi concettualmente, spasso puro. Ma non è che su Mtv già ci stanno e io non lo so? Mi sento vecchia.

Mah, forse il motivo è che non sono belli e giovincelli come i White Rose Movement.Non se ne abbiano a male… ma questi sono usciti dalla pagine di Vogue, non c’è che dire. E le ragazzine lo sanno: si sono portate tutte la digitale. Oh, ma sono belli forte. Da Norfolk, Inghilterra, ecco a voi i White Rose Movement: il cantante sfoggia una rivisitazione up to date del taglio alla Ian Curtis che oramai tutti devono farsi se vogliono passare i loro video su Flux. Il bassista, per contrasto biondissimo, ha un caschetto dalle punte sfilzate straordinario. La tastierista è bella e biondissima come una bambola di porcellana. Il povero chitarrista fa quello che può: ma molto presto ci riserverà ben più consistenti emozioni. Ma le emozioni più massicce ce le da quell’esile ragazzino alla batteria: una vera macina, non sbaglia un colpo, non perde un bpm, una drum machine umana. Il front man sa stare divinamente sul palco. Si sbraccia, sale sulla cassa spia, alza l’asta del microfono, suda. Ma non canta… dai, non canta. Quelle deliziose inflessioni alla David Byrne, che mi avevano sollazzato nel disco, dove sono mai? Un punkettone qualsiasi, incapace di riprodurre quel falsetto dal vivo. I controcanti dell’eterea tastierista non si sentono. Lei fa un po’ la figura del pesce nell’acquario. E non si sente nemmeno la sua tastiera, che in effetti avrebbe potuto tirar fuori l’atmosfera che è mancata questo concerto. Per fortuna c’è sempre il buon ragazzino esile alla batteria che suda suda e suda, e non ci delude mai. La musica è frutto principalmente della chitarra, il suono è perfetto, i riff assolutamente trascinanti. Il bassista ha un’equalizzazione totalmente toppata. Avremmo voluto sentire un bel basso wave, bello croccante, invece ci siamo ritrovati un informe boato in cui era difficile distinguere anche le note. Un vero peccato, perchè seguire la ritmica incalzante di quel batterista con egual vigore, sarebbe stato un onore per ogni bassista wave che si rispetti. Però, che bel taglio di capelli! E lui lo sa, non fa altro che scuotere quella stupenda frangia bionda. Imbarazzante. Eppure i ragazzini sono molto felici. Non c’è da stupirsene. Il massimo dell’imbarazzante è comunque lei che fa tante mossettine da diva, socchiude i maliardi occhi azzurri, a tratti si sporge mostrando i piccoli seni d’avorio che si intravedono nel vestitino nero minimo: ma non suona proprio. Non ho sentito un suono decente uscire da quel sintetizzatore. Questione di volumi? Secondo me ha usato addirittuta un banco suoni diverso da quello originario dei pezzi. Quel poco che si è sentito era, difatti, totalmente diverso dalle registazioni. Tutto ciò con quale bel risultato finale? Manca proprio l’ingrediente principale ovverosia quel tocco di eighties che risiedeva quasi esclusivamente in quei bei suoni vintage di synth, quel tocco gelido che avrebbe dato charme alla serata. E non nelle frange sbananate del cantante e del bassista. Mi spiace. L’intero concerto si è retto sulle spalle del mitico batterista, il nostro eroe, a questo punto, e del chitarrista, sempre puntuale, con i suoni adatti e i riff interessanti ed energici. Si era detto Joy Division, si era detto Duran Duran, addirittura c’è chi ha scomodato i grandi The Sound… ma dove? E qui, devo dire, non c’è da scomodarsi nemmeno per vedere i White Rose Movement dal vivo, era palese già nel loro disco d’esordio che la classe dei suddetti a loro è quasi totalmente estranea. Solo in rari casi, avremmo potuto godere della musica di questa formazione, in quei casi in cui i suoni aggressivi di chitarra, la ritmica incalzante, il basso ugualmente insistente, la voce acerba e stranita adeguatamente effettata, i famosi bei suoni vintage di synth si fossero fusi in modo assolutamente piacevole, come accade nel loro godibile lavoro d’esordio. Ma ciò dal vivo non si è assolutamente verificato. E’ mancato proprio quel tocco di eleganza, di grazia glaciale, che deve essere l’elemento principale di una formazione come la loro, incentrata su un’immagine patinata, almeno quanto lo era quella degli zii Duran. Ma la classe, si, sa, non è acqua. Avrebbero potuto divertire come i Talking Heads, ovviamente senza la loro genialità, ma sono risultati superficiali, per quanto abbiano provato. Ho seri dubbi sulla genuinità di questa formazione, che sembra totalmente frutto di un ottima operazione commerciale: ma non crediate che io sia così moralista. Mi sarebbe bastata una maggiore consapevolezza da parte dei componenti del gruppo. Le idee musicali presenti nei loro pezzi più vicine alla migliore new wave, evidentemente non sono le loro idee.

Simona Ferrucci

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