White Lies + Klimt 1918 @ Piper [Roma, 18/Febbraio/2010]

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Il “facile” revivalismo nasconde delle insidie che lo rendono spesso un vero e proprio azzardo: facile risultare poco credibili, finire sotto accusa per mancanza di personalità e d’ispirazione. Figuriamoci poi se ci si avventura nei territori già ampiamente esplorati del post punk e della new wave degli anni ’80 con un nome equivoco come White Lies (innocenti bugie). Eppure l’album d’esordio di questa band londinese, balzato al primo posto della classifica dei dischi più venduti in Inghilterra subito dopo la sua uscita (gennaio 2009), riesce ad emozionare veramente, e a ricordare che la “black celebration” non rappresenta un artificioso esercizio stilistico fine a se stesso, ma una reale esigenza della coscienza.

Questo sold out del Piper premia i ragazzini inglesi ed esalta la bellezza del rock malinconico dei Klimt 1918, band attiva nel panorama underground romano ormai da dieci anni. Al mio arrivo il locale è già completamente pieno e i Klimt hanno appena iniziato la loro performance, un emozionante percorso attraverso le splendide melodie del loro ultimo album, ‘Just In Case We’ll Never Meet Again’, in cui si alternano romantiche ballad dagli arpeggi avvolgenti (‘The Graduate’, ‘Skygazer’) e pezzi in cui la batteria si fa più martellante e le chitarre liberano il guinzaglio, come le bellissime ‘Ghost Of A Tape Listener’ e ‘Suspense Music’. Appare evidente l’influenza che ha avuto lo shoegaze di fine anni ’80 sul loro suono, soprattutto in quest’ultimo disco, tuttavia la band sembra non dimenticarsi mai delle sue origini metal, visto che propone anche un pezzo, completamente riarrangiato, estratto dal promo CD ‘Secession Makes Post-Modern Music’, antecedente al primo album.

Faccio fatica a muovermi in mezzo alla gente che continua ad entrare in un Piper ormai stracolmo. Finalmente arrivano i White Lies, accolti da un’ovazione, e l’inizio del concerto è folgorante: ‘Fairwell To The Fairground’, il pezzo più adrenalinico dell’album, è eseguito magistralmente. Ancora più emozionante è il silenzio surreale che accompagna il secondo brano, ‘Taxidermy’, b-side che viene proposta regolarmente ad ogni concerto. Poi cala l’intensità, l’esecuzione dei pezzi succesivi non è all’altezza della loro reale potenzialità (la bellissima ‘Price Of Love’ sembra eseguita al rallentatore) ma il pubblico apprezza ugualmente, tanto che ‘To Lose My Life’ è un delirio collettivo. Fortunatamente arrivano le atmosfere oniriche di ‘Fifty On Our Foreheads’, la malinconia striscia sottopelle e si avventura nel mondo dei ricordi, da dove affiora quel capolavoro dei padri della Fiction Records, ‘Disintegration’. La voce di Harry McVeigh sembra ormai provata, forse non si è ancora ripreso dai problemi di salute che lo hanno costretto lo scorso novembre a rinviare il concerto. Ad ogni modo ci pensa il pubblico a cantare a gran voce “This fear’s got a hold on me”, l’urlo di rabbia che accompagna la potente sfuriata di chitarre della splendida ‘Death’. Ringraziamenti finali e inchini, a testimoniare che i ragazzi non si aspettavano un’accoglienza così calorosa.

Prima di abbandonare il locale vado a complimentarmi con i Klimt 1918. Davide (bassista) mi racconta delle loro apparizioni live in Spagna, Germania, e a Ferrara la scorsa estate insieme agli Editors. Mi svela il significato del sottotitolo del loro ultimo album, ‘Soundtrack For The Cassette Generation’, un tributo agli anni ’80 e al periodo del “tape sharing”, quando la compilation su audiocassetta era un dono da regalare agli amici, e un modo di comunicare le proprie sensazioni. In questo senso va inteso il messaggio di ‘Ghost Of A Tape Listener’, una canzone che racchiude tutta l’enfasi emozionale di un album che resterà a lungo impresso nella mia memoria.

Matteo Ravenna

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