Wavves + Frankie Rose & The Outs @ Circolo degli Artisti [Roma, 1/Dicembre/2010]

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Uno skater partito di videogame un po’ strafottente, un bassista esagitato con un crestone giallo e un batterista dallo sguardo fisso e (fuori dal palco) praticamente impassibile. Tutti, con un arcinoto debole per alcol e droghe leggere. Nessuno scommetterebbe su dei tipi così. Soprattutto se provenienti dalla scena indie d’oltreoceano, quella adorata dalla stampa specializzata e utile per creare interesse anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Del resto, di per sé, Nathan Williams non è esattamente il tipo che ispiri fiducia o simpatia. Faccia da schiaffi, vizi sbandierati ad ogni occasione, fama da maudit indie preso sotto l’ala protettiva di Pitchfork, (anche) solo per farne un piccolo fenomeno da gossip. Eppure, la celebre debacle al Primavera Sound 2009, sotto sotto, deve essere stata d’insegnamento al giovane di San Diego. Oltre che una sicura fonte di guadagno. Chissà a quanti, sia la sua precedente veste lo-fi, sia quella più noise pop di ‘King of the Beach’, sarà risultata come la solita “fuffa” d’oltreoceano, costruita a tavolino. E potrebbe pure essere. Ma, su un palco, prendersi gioco degli astanti senza essere il primo a pagarne le conseguenze, è decisamente più complicato. Ora, non che quello di stasera possa essere definito il concerto dell’anno ma, di certo, alla luce di questi (soli) cinquanta minuti di live, i Wavves difficilmente potranno essere definiti come una delle numerose band indie pop della West Coast. Ma, al contrario, una delle più sorprendentemente punk.

Ad aprire, ci sono le Frankie Rose and the Outs, band dell’ex batterista di Vivian Girls, Crystal Stilts e Dum Dum Girls – Frankie Rose, appunto. Quattro ragazze simpatiche, ma forse troppo lo-fi ed ancora in rodaggio, che attirano l’attenzione soprattutto con ‘Where Do You Run To’ – brano contenuto nell’esordio delle Vivian Girls – e che inframmezzano le canzoni con lunghe pause, accordature, chiacchiere, apparendo (ancora?) come una copia un po’ meno accattivante delle band di cui sopra. In camicia a quadri e pantaloni da casa, Williams si accompagna sul palco con l’ex bassista di Jay Reatard, l’irrequieto e giocherellone Stephen Pope, e l’ex The Mae Shi Jacob Cooper (subentrato recentemente al posto di Billy Hayes, anche lui ex batterista del compianto outsider di Memphis). Sebbene i Wavves siano una creatura di Williams, la sezione ritmica contribuisce significativamente alla risultante punk-noise del live, e la provenienza dei due non può che farne da garante. I tre si divertono, scherzano col pubblico – che poga incessantemente sotto palco, anche grazie a due agitatori concittadini della band – tirano forsennatamente ogni pezzo, tra le luci bianche o fluo e i cori della platea. Williams ha la voce effettata e, probabilmente, questa potrà essere considerata l’unica soluzione paracula della serata. Nessuno ci avrebbe scommesso due lire, su un nanerottolo fattone e altri due californiani con un curriculum impreziosito da collaborazioni sfascione. Eppure. Eppure, i Wavves danno una lezione di punk californiano moderno, la cui unica nota negativa è la brevità (“Non sappiamo suonarne altre”, diranno prima del concerto, “ma volendo possiamo fare un po’ di rumore tra un pezzo e l’altro, oppure far salire qualche ragazza sul palco”). Una ‘So Bored’ (quasi) da stadio, con la platea che canta accompagnata dalla sola batteria di Cooper; ‘Friends Were Gone’ con coda spaccaorecchie, ‘No Hope Kids’ come nuovo inno lo-fi della generazione indie, Idiot che è un garage-punk solare, che fa ballare fino alle ultime file. E poi, la dedica agli estemporanei amici romani di droghe leggere su ‘Take on the World’, e la chiusura con’ Post Acid’, suonata a velocità duplicata. Una sala non sufficientemente piena e un live troppo breve: questi, gli unici punti deboli della serata. Per il resto, uno squarcio multicolor della California punk di questi anni, irriverente, sbruffona, rumorosa, ilare, drogata (ma non troppo) e sorprendente, l’elemento forse più importante per un live. Una California che se ne frega di voi altri, ma che la lezione l’ha imparata. Ascoltando i dischi di chi li ha preceduti e sperimentando qualche cazzata sulla propria pelle.  E se poi non dovesse funzionare con la musica, Williams & co. il piano b ce l’hanno già: tirare su un “Weed Department”. Le prime avvisaglie di un potenziale successo, con il sold out fulminante del grinder a marchio Wavves, le hanno avute già.

Chiara Colli