Virginiana Miller + Elva Snow @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Novembre/2010]

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“La chiave della felicità sta nel capire che non bisogna per forza trombare fino a 80 anni, a un certo punto si può pure smettere”. Cosi Simone Lenzi, cantante dei Virginiana Miller, commenta i versi finali di ‘Per la Libertà’. In questo commento trovo la sintesi di questa serata, dove il focus è su una sensibilità artistica bellissima e soffertissima che si ritrova nell’emozione del barbuto Scott Matthew come nella bellezza dei Virginiana Miller, dove un silenzio irreale di 100 persone si contrappone a chi fuori esulta al rigore di Totti, dove le lunghe notti d’inverno passate su testi che più invecchiano e più sono buoni si contrappongono ai festini coca-viagra-silicone che tengono banco in questo maledetto assurdo belpaese.

Siamo al Circolo degli Artisti in una serata dove si accostano in maniera casuale due progetti molto distanti. Per dovere d’ospitalità e per esattezza cronologica iniziamo con il live degli Elva Snow, che con questo primo full-length uscito quest’anno festeggiano i 10 anni di attività, da quando a New York un giovane australiano di nome Scott Matthew incontra Spencer Corbin (ex batterista di Morrisey), nel 2001 e nel 2005 fanno uscire due EP con i testi del primo e la musica del secondo, poi Matthew fa successo come solista e quest’anno i due scrivono una nuova canzone ‘Hollywood Ending’, come a dire che la loro decennale storia dovesse avere questo finale hollywoodiano per il quale riregistrano 8 traccie dai loro vecchi EP e vanno in tour per il mondo toccando anche l’Italia con tre date. Elva Snow ha un suono leggermente più ricco dello scarno repertorio solista dell’australiano, ma il lavoro anche in questo caso punta di più sui contenuti che sulla forma, le canzoni sono semplici e dimostrano che gli effetti speciali non sono necessari se c’è il talento. Sul palco oltre ai due succitati Matthew e Corbin c’è un terzo musicista: il violoncellista Sam Taylor, i tre creano un’atmosfera bella rilassata ci sono delle poltrone di paglia nella sala del Circolo e ci sono i tappeti per far sedere a terra quelli che stanno davanti, è un’ora che scorre veloce (come dirà alla fine lo stesso Scott), all’inizio si contano 74 spettatori, 2 fonici, 1 fotografo e 1 barista. Alla fine poco oltre le 100 anime, nessuno in piedi: Taylor e Corbin per suonare violoncello e tastiere sono per forza seduti, ma anche Matthew è al centro appollaiato su uno sgabello con le sue grandi mani che arrivano a prendere prima la chitarra classica poi l’ukulele, che sottolineano con gesti garbati i sofferti falsetti cantati a occhi chiusi, o che tengono lontano il microfono nelle note cantate a piena voce. Il suo modo di cantare sottolinea ogni singola parola (come insegnava Bob Dylan) e in alcuni punti ricorda qualcosa del primo David Bowie come tecnica di modulazione vocale. La scaletta miscela cose a nome Elva Snow ma anche cose del repertorio solista come ‘Little Bird’ dal suo primo album (con tanto di armonica a bocca), o come la bellissima ‘White Horse’ su cui come vi dicevo all’inizio si sente che segna la Roma scatenando qualche risata per la reazione composta del barbutissimo Scott. Un personaggio che con questa barba da rabbino e i vestiti da hippie intristito dimostra più degli anni che ha, ma che ha il coraggio di emozionarsi e di sentire con un bel trasporto sofferente le cose che canta, il tutto messo in scena con l’atteggiamento di chi non vuole fare il musicista in maniera seriosa e professionale. Fa impressione il rispettoso silenzio che il pubblico riesce a tenere, il volume è tenuto basso ma si riesco lo stesso ad ascoltare ogni cosa al posto giusto anche dal fondo della sala, e da metà sala si sentono addirittura i disturbanti click del fotografo sulla canzone! Dopo la fine di ‘Could Ya’, Matthew rientra senza Corbin per tre brani in anteprima tratti dal suo terzo lavoro solista che deve uscire per la fine di quest’anno, al primo ascolto il migliore dei tre si chiama ‘Mercy Song’, è qualcosa di sussurrato solo con ukulele e voce eppure con una straordinaria credibilità poetica, e pensare che entrando prima dell’inizio avevo storto la bocca vedendo le sedie perché odio i concerti visti da seduto, invece alla fine capisco che la cosa era studiata e che i tappeti fanno parte del tour come l’atmosfera che i tre si porteranno dietro.

Ci si alza quindi e nel giardino per sgranchirsi le gambe si fa in tempo a vedere gli ultimi inutilissimi minuti della partita cercando un gancio tra i due concerti prima che il sestetto livornese spunti sul palco. Alle 22.30 arrivano attesi da circa 400 persone, e l’unica cosa che mi è venuta in mente è che i Virginiana Miller nel lato B del singolo di ‘Dispetto’ coverizzavano ‘Cemetery Gates’ degli Smiths e che Spencer Corbin per un periodo è stato il batterista della formazione che accompagnava la fase solista di Morrissey. Un po’ poco lo so. Fatto sta che i livornesi tornano dove a marzo avevano già presentato questo nuovo disco e questo nuovo chitarrista, dopo 4 anni di silenzio sono rinati, anche nell’immagine li si trova davvero in forma con un Simone Lenzi che si è ormai definitivamente lasciato alle spalle quell’immagine da cicciottello impiegato statale ed ora appare come un Dylan Dog incazzato nella sua camicia rossa lucida e giacca di pelle. Entra con le piume in testa (visto che gli amici lo chiamano “il pavone”) e da lì in poi per un’ora e mezza mette in scena tutti i punti di forza di questa roccia dell’indie italiano che sa fondere un sound davvero riconoscibile con pochi secondi d’ascolto come raramente avviene nel panorama nostrano e un songwriting mai banale; nei testi con quello che molti reputano una delle penne più interessanti degli ultimi 20 anni, ma anche nelle musiche; basti pensare allo schizzatissimo cinque quarti di ‘La Verità sul Tennis’. Oggi rispetto all’ultima volta che li ho visti (quest’estate a Roseto degli Abruzzi) i suoni erano veramente ben fatti, i volumi tutti bilanciati alla grande e da sotto il palco si riconosceva il disco in tutti gli aspetti, disco ampiamente rappresentato (8 su 11) dalla scelta dei brani in scaletta, con spazi dati anche a qualche bel ripescaggio: ‘Italiamobile’ all’inizio, poi ‘La Verità sul Tennis’, ‘Per la Libertà’ una tiratissima versione di ‘Dispetto’. Escono dopo 75’ alla fine di ‘La Carezza del Papa’. E rientrano per un bis di 4 pezzi: una lenta versione col piano in evidenza di ‘Tutti al Mare’ interrotta a sorpresa per raccontare dell’unica volta in cui Simone si è sentito come lo zio che a Forte dei Marmi vinceva tutte le gare: quando per la prima volta in tour verso Roma arrivarono sul Grande Raccordo Anulare e presero per caso una radio che stava trasmettendo ‘Tutti al Mare’ (era Radio città Futura, nella quale sono stati anche ospitati nel pomeriggio prima del concerto). Poi un cover “per festeggiare anniversari più importanti” del ventennale della band che ricorre in questi giorni, con una versione “virginianeggiante” di ‘Julia’ dal doppio bianco dei Beatles, per poi passare alla vecchia ‘Uri Gheller’ e chiudere con ‘Acque Sicure’. Una serata in cui l’arte sembra una risposta alle nostre domande, dove ci si è sentiti tutti artisti, in un clima molto amichevole tra letterati, pittori, musicisti con la sensazione che con pochi euro spesi bene c’è ancora qualche bella serata per la quale è giusto mettere il naso fuori casa.

Giovanni Cerro

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