Violent Femmes @ Alpheus [Roma, 22/Maggio/2007]

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[Sinossi]
L’utilità storica dei Pretenders nei confronti della musica è sempre stata vicina allo zero. Ma è indubbio che senza l’aiuto ed il “fiuto” del povero cocainomane James Honeyman-Scott (perito a soli 25 anni nel 1982) i nostri probabilmente sarebbero rimasti a tirar su qualche cent davanti al teatro Oriental. Ma la storia ha fortunatamente preso una piega diversa. Li ha guardati dritto negli occhi spingendoli oltre la soglia determinante dell’integrità fisica e artistica. Chi aveva più o meno sedici anni nel 1983 sicuramente lo ricorda ancora bene. Di come ci si sentisse ristorati dopo essere stati investiti dall’alienazione descritta e cantata dai sardonici assalti dei busker Violent Femmes. Molti di quegli ex adolescenti oggi sembrano rinvigoriti e pronti per aggredire le prime file di uno stipatissimo club ostiense.

[Who is who]
Ci siamo proprio tutti. La serata estiva, la fila per entrare, gustosi stand per maniaci feticisti musicali, penne di nome, nomi di penne, amici, volti noti, volti di vista, luci al neon letali per miopi e astigmatici, la coda al bagno (incredibile ma costituita da uomini!), i furbi che saltano le code, quelli che si infilano tra le gonne delle donne, nerd, canuti, attempati, calvi, gente con la cravatta, avvocati in provetta, fauna garage (eh si perchè le schegge shockabilly hanno il loro fascino), alternative, indie, pseudo metal, tatuati, americani, ragazzi alti, ragazzi con la barba, ragazzi senza doccia in casa, Aguirre, due chupa annoiate, timbri, caldo, sudore, hai qualche spiccio, flyer a ventaglio, un centinaio di minotauri fumanti, i Zen Circus ed una brutta sorpresa over the end.

[22.43]

Salgono sul palco in ordine sparso. L’Alpheus è praticamente sold out. Brian Ritchie è un omone. Sembra il fratello simpatico di J. Mascis, Gordon Gano invece somiglia al prete donna de “La Casa Dalle Finestre Che Ridono” mentre Victor De Lorenzo (il più “anziano” dei tre) è il sosia di Gianni Boncompagni. Inizialmente entrano in scena supportati da John Sparrow (della backing band Horns Of Dilemma) suonatore della mirabile cajón box (una scatola che viene percossa con le mani) che sarà l’unico a rimanere al suo posto per tutte le due ore dello show. Tanto è durata l’esibizione (tecnicamente impeccabile è bene dirlo subito) dei tre amatissimi musicisti americani che hanno però impiegato quasi un’ora per arrivare alle corde dell’anima. La prima parte del set, infatti, è stata eccezionalmente noiosa. Il rock’n’roll è musica giovane. E’ urgenza. E’ istinto. E questi simpaticissimi signori (tutti tra i 45 e i 50) hanno dovuto sopperire a tale mancanza, fisiologicamente giustifcabile, con una certa freddezza di fondo. Ma soprattutto non aiutati dalla scelta di presentare nella prima parte (ideale) una scaletta cow folk dai tratti marcatamente bluegrass.

[Affanculo il punk]
Se discuti dei Violent Femmes qualcuno arriverà a parlarti del punk. Forse solo per una certa attitudine dimostrata nei primi anni trascorsi sulla strada i tre del Wisconsin possono essere affiancati alla magica parolina che gonfia il petto solo al pensiero di poterla pronunciare. Ma nulla di più fuorviante nell’eccedere e nell’eccitarsi dimostrando (bluffando) di conoscere la “storia”. I Violent Femmes, con tutta onestà, racchiudono la loro primordiale essenza di portabandiera dell’indie-strano-rock solo all’interno dei primi due album, lasciando peraltro all’omonimo debutto lo scettro di masterpiece seminale. Dalla riemersione dopo il primo split (1988) sfido chiunque a rivalutare il materiale non altrimenti rivalutabile della seconda parte di carriera.

[23 anni dopoi]
Tanti ne sono passati dall’ultima volta a Roma. Lo ricorda Brian Ritchie il più portato a dialogare in italiano con il pubblico (viste le sue numerose, recenti collaborazioni tricolori). Nel frattempo i “Dilemma” sono comparsi alle spalle dei tre e val la pena sottolineare la presenza del navigato sassofonista inglese Dick Parry, amico di gioventù di David Gilmour e per questo collaboratore di alcuni storici lavori dei Pink Floyd. De Lorenzo picchia duro e dall’alto del suo enorme mestiere, coinvolge e trascina ad ogni brano, dispensando enormi sorrisi accompagnati da una gestualità tipicamente italiana. Passate le 23.30 (circa) decidono di dar fondo al meglio del repertorio (il già citato ‘Violent Femmes’) dopo qualche parentesi tributata a ‘Hallowed Ground’ e ancor prima alla tradizione polverosa stelle e strisce mista all’amaro sapore delle radici di quella terra. Se fino a quel punto il numeroso e variopinto pubblico stava autoconvincendosi di essere dinnanzi ad uno show memorabile, da quest’altro punto in poi la conferma definitiva fugava ogni conflitto personale. Con Ritchie allo xilofono scattava inevitabilmente la splendida ‘Gone Daddy Gone’ (coverizzata lo scorso anno dal fortunato progetto Gnarls Barkley) e il calore della torcida dell’Alpheus che allungava la track list. Un’intima ‘Blister In The Sun’ e un pezzo cantato in italiano dal solo Gano, durante il quale è sembrato essere dentro “The Funeral” di Abel Ferrara, chiudevano praticamente la soffocante serata.

[Over the rainbow]
Tengo stretta in mano una maglietta verde-giardiniere che celebra i 25 anni della band. Io e Aguirre siamo moderatamente soddisfatti. Provati. Soprattutto dopo il “viaggio” itinerante per uscire dal locale. Venti minuti di giro turistico come delle bestie destinate al macello che si urtano, si appiccicano e bestemmiano. Il volto amico del Gherardi ci attende all’esterno. Ora l’Alpheus sembra un aeroporto con i parenti ad aspettare oltre le transenne agli “Arrivi”. Quattro chiacchiere. Prima della sorpresa finale.

[W il Sindaco]
Non siamo in camporella. Non c’è la notte buia che nasconde qualche sperduta casa di campagna. Non siamo immersi in un teatro di guerra. Non ci sono strisce rosse pitturate in terra. Siamo a Roma. A ridosso dell’una. Davanti ad un grande condominio per gran parte ancora illuminato. In uno stradone ad alta frequenza automobilistica. La nerd mobile è stata forzata, aperta, danneggiata. Un tentativo fallito di furto. Non c’è possibilità di ripartire. Dopo un’ora passata tra gli occhi grandi dell’umidità e quella di alcuni gaglioffi notturni, giunge il sospirato soccorso. Mentre la macchina viene issata sul camion giallo limone alle finestre del palazzo ecco spuntare i curiosi. Che qualche ora prima sonnecchiavano nell’indifferenza e alle due di notte sono pronti a farsi i cazzi degli altri. Io e Aguirre torniamo a casa con il padre di Niki Lauda. Che sfreccia ad ogni rosso e frena ad ogni verde. Che non conosce la strada ma conosce benissimo il modo di spillare con esperienza due verdoni in nero quando è già il 23 maggio inoltrato. Potenza di una città sempre più degradata, terra di nessuno e dell’arroganza, pericolosa, senza rispetto e piena di mostri. Altro che Milwaukee.

Emanuele Tamagnini

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