Vetiver + Adem @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Settembre/2006]

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Non lontano né vicinissimo al Circolo degli Artisti si consumano – attivano – proiettano – recitano gli ultimi scampoli del Festival di Arti varie e svariate, l'”Enzimi” romano che quest’anno si conclude dopo un’edizione in sordina, nel fumoso e spiritato quartiere studentesco di San Lorenzo. Da due anni Enzimi va in scena in forma ridotta, e dopo le spiagge umide del litorale laziale sceglie il dislocamento parziale, confinando la musica in quello che potremmo definire una sorta di eremo prolifico, lo storico locale romano situato a qualche chilometro dal resto delle performance. Dietro pagamento di cifra tangibile, seppur modica, entriamo nell’apparente casale che preannuncia immediato una serata caldissima, in pietra renaria, languente epigrafe di fine estate. Di Enzimi c’è solo un enorme schermo dinamico e folleggiante all’interno, fuori nessun grido sottoforma di colore. E la musica stessa ha ben poco di frammentario – rumoroso – astrale – “enzimatico”. Ad affossare i primi spettatori attenti alla propria melanconia climatica entra Adem (ex bassista dei Fridge accanto a Kieran Hebden, ndr), biancore dermatico e accento british sottile, occhiali vagamente nerdy abbinati a calzoni arrotolati per il troppo caldo. Il suo “Love And Other Planets”, costellato di cover e ballate folk-brughieristiche, si avvale di rimandi lontani e di una terrena, umorale pasta lirica. Adem chitarra dolcemente, ricama scale con strumenti diversi e infonde un sapore antico al suo cantato profondo, ben misurato ed elaborato sebbene a tratti troppo pop. Colora ogni brano di una patina ipnotica e forte allo stesso tempo, e si congeda con un sorriso edenico, sinceramente sorpreso per il riscontro del pubblico al suo romanticismo. Fugge via, ed entra il gruppo portante della serata. La folla di persone e fotografi sembra lievitare per un attimo nel corso di un’esibizione piuttosto tranquilla all’ingresso dei Vetiver, vellutati e nicotinici musicisti da San Francisco che sembrano aver rubato i contorni alla copertina di una rivista rock anni’70. Il suono con cui esordiscono sul palco è fatto di spighe e di venti, tonalità ocra rese appena più rossastre dalla chitarra solista. Apre il concerto la voce bassa d’oltresogno del leader, iniziatrice di una psichedelica mai esplosa, picchettata appena da bacchette e casse, e immersa in interiora terriere dal basso. Ondeggiano poco i Vetiver, capelli e barbe morbide sotto cappellacci da calvinisti di campagna, e le stesse canzoni passano da un’immobilità quasi attanagliante ad assoli coinvolgenti di rara frequenza, presenti solo come intermezzi di un repertorio sempre più “duro”, ma solo falsamente. La lezione del country americano si aggrava presto, soffocando invenzioni, voli pindarici e persino riferimenti settantiani. Si aggrava e si addensa il clima stesso, in questa “ultima sera” dalle vaste aspettative e dall’aura gradevolmente conservatrice. Conservatore è il suono dei Vetiver, delle loro sagome e persino dell’espressione ardita e timida insieme di Adem. E dell’eco che ne rimane.

Chiara Federico

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