Vessel + En Declin @ Init [Roma, 25/Febbraio/2011]

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Il gelo degli ultimi giorni fa sentire i suoi effetti anche sulla programmazione capitolina. Questa sera all’Init, le persone si contano sulle dita di tre, al massimo quattro mani. Anzi, alle dieci non c’è davvero ancora nessuno. Con il palco a disposizione, intonso, magari ancora fresco di soundcheck e la tentazione di salirci e strimpellare qualcosa. Il tempo di fare entrare quella poca gente che poi ci sarebbe stata, che fendeva l’atmosfera nebbiosa del locale in modo rarefatto e tenue, come una boa di segnalazione, e il gruppo di apertura è salito sul palco.

L’opening act di stasera è affidato agli En Declin, gruppo presumo romano, attivo almeno dal 2000, stando a quanto detto dal bassista/cantante presentando un brano. Mai ascoltati prima, e mi hanno fatto una bella impressione. La prima cosa che ho pensato quando è partito il primo brano sono stati gli Incubus. Tanto vocalmente quanto musicalmente, le affinità con la band californiana mi sono sembrate abbastanza evidenti. Gli En Declin si sono presentati in trio classico e forse, leggendo qua e là sul loro myspace, ho il sospetto che abbiano avuto qualche défaillance dell’ultimo minuto. Ad ogni modo, davvero un piacevole spettacolo, il loro. Tra echi di Incubus, appunto, A Perfect Circle e  qualche riferimento a certo grunge melodico metà anni ’90 (ma suonato con gusto e competenza, sia chiaro), i nostri hanno ben intrattenuto il pubblico infreddolito, magari anche per quest’ultimo motivo non molto coinvolto, ma attento. Preparando la scena per il main act.

Li ho ascoltati prima, li ho anche recensiti, ma stasera non mi sono piaciuti granché. I Vessel sono un trio composto da Alessandra Gismondi a basso e voce, Corrado Nuccini alla chitarra ed Emanuele Reverberi a violino, tromba e percussioni. Accompagnati da una drum machine, i tre hanno proposto i brani dei due EP finora prodotti. Se su disco le atmosfere uggiose e oscure hanno il loro fascino e riescono ad avvolgere l’ascoltatore, dal vivo, forse complice anche il locale praticamente vuoto, quel poco di mood che si sarebbe dovuto venire a creare si è disperso in mille rivoli, lasciando i tre nudi sul palco, con suoni fin troppo rarefatti e impacciati, che si intrecciavano in modo a volte anche forzato. Non sono mancate poi imprecisioni: Reverberi, ottimo con tromba e violino, ha lasciato un po’ a desiderare sulle percussioni. Un’imprecisione non so fino a che punto voluta, ma comunque non molto pertinente. Tra i brani proposti, ‘Un Jour Comme Un Autre’, cover di Serge Gainsbourg che, se su disco mantiene intatte le sue caratteristiche di tetro ed echeggiante mistero, dal vivo è risultata sfilacciata e approssimativa. Poi ‘Memento List’ che, nella sua pretesa ripetitività e insistenza, dal vivo finisce per diventare indigesta. Con l’ovattata ‘First We Take Manhattan’ le cose vanno un po’ meglio, per quanto avrebbero potuto far di meglio con la sinfonia di cori finale.

L’impressione che ho avuto alla fine della performance è stata anche l’impossibilità, da parte dei tre, di riprodurre per intero lo spettro di sonorità inciso su disco. Per carità, questa è una condizione comune a molte band, perfettamente comprensibile, ma che generalmente viene affrontata sul palco accentuando l’immediatezza e il coinvolgimento, difficili da riprodurre su traccia. Qui invece, è mancato tutto questo e, tra l’altro (ma questa è forse solo una mia impressione), c’è stata anche una velata supponenza da parte dei tre. Magari non ero predisposto ad affrontare atmosfere così ombrose e minori stasera, benché con i Black Heart Procession (mi vengono in mente loro perché, prima delle esibizioni, sono stati messi dei loro pezzi), che non sono esattamente quello che definiresti una band solare, fosse stata tutta un’altra cosa. Ma non voglio certo fare paragoni. Non ritiro niente di quanto detto per i dischi dei Vessel, che mantengono la loro qualità. Ma dal vivo c’è parecchio da rivedere.

Eugenio Zazzara

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