Verdena + Jennifer Gentle @ Atlantico Live [Roma, 9/Marzo/2015]

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Jennifer Gentle alle 20.30. Verdena alle 21.30. Per gli standard romani (e non solo) e per quello a cui siamo abituati, quasi una minaccia, un affronto. Già rassegnato all’idea di una maratona notturna, per giunta di lunedì sera, mi desta un moto di sorpresa, nonché una certa apprensione, leggere questa dichiarazione d’intenti. Esci da lavoro, buttati nel traffico, cerca parcheggio. Eppure, il solito tran-tran si conclude in un fantozziano arrivo alle 20.30 puntuali, e senza gli spintoni nell’autobus sulla tangenziale. Ciliegina sulla torta, i JG alle 20.40 salgono sul palco e iniziano la loro esibizione. Incredibile. Il principio di una serata più che riuscita sotto molti punti di vista. Ma andiamo con ordine. Senza dubbio, una delle date più attese dell’anno. Come si dice in gergo, sono anni che i Verdena cercano più o meno inconsapevolmente di “fare il botto” e, dopo un distico monumentale come ‘Requiem’ e, soprattutto, ‘Wow’, era quasi sacrosanto che accadesse. A fare gli onori di casa, ‘Endkadenz Vol. 1’, primo capitolo di un doppio album il cui seguito è atteso per l’estate. Attesa tanto spasmodica come lo è stata quella per la prima parte dell’opera: difficile ricordare una serie di interviste, interventi, presentazioni, conferenze così serrata e dagli esiti così trionfali come quella realizzata dal terzetto di Albino. Tutti ai loro piedi, verrebbe da dire: difficile trovare una recensione una che fosse anche velatamente critica verso l’ultimo lavoro. Lascio la mia controversa opinione su ‘Endkadenz Vol. 1’ per altri lidi, ma poche band italiane possono vantare oggi una crescita musicale come quella dei Verdena, questo è certo. Finito il già prolisso preambolo, li abbiamo testati alla prova dal vivo. In un mondo migliore, i Jennifer Gentle sarebbero il primo nome sulla locandina di un evento. E invece, da anni, il collettivo padovano guidato dall’inossidabile Marco Fasolo è relegato nelle seconde linee, cosa della quale probabilmente non importa loro poi molto. Prima band a livello europeo a ottenere un contratto con la storica Sub Pop (e questa è da racconto ai nipoti), rappresenta la nostra punta di diamante assoluta quando si parla di psichedelia. Psichedelia delle radici, quella inglese (Jennifer Gentle viene da ‘Lucifer Sam’ di Syd Barrett), stasera tirata in ballo, stiracchiata, infradiciata, lanciata a propulsione in un viaggio squinternato e sconclusionato. Sì, perché è così che succede: capita che un giro d’accordi non finisca al termine del brano ma a metà del brano successivo, che ci sia chi emette strani versi gracchianti a un microfono, che qualcuno poggi avambracci e gomiti sulle tastiere, e che un altro ti passi da un flebile, tremolante mugugno a un urlo belluino e selvaggio, fino a ritrovarti i Boxerin Club tutti sul palco a saltellare e a suonare strani strumenti. Ma, al di là dell’apparenza stramba e bislacca, la classe non è acqua e si sente. Le sequenze armoniche sono da capogiro, ma la band veneta sfoggia una padronanza e un affiatamento assoluti, da veterani. I loro tre quarti d’ora di apertura ai bergamaschi sono da applauso per coerenza e dedizione.

E con encomiabile puntualità sul programma, alle 21.45 giunge il turno dei Verdena. Ovviamente siamo tutti lì per loro. Un Atlantico gremitissimo su platea e spalti, anche se forse non sold out. Una rapida panoramica sul pubblico permette di azzardare ipotesi statistiche: per la maggioranza, si è sotto i 30 anni. Come ormai noto, l’incipit è affidato a ‘Ho Una Fissa’ ed è già una botta epica. La voce è insperatamente nitida e chiara, e la resa acustica va man mano migliorando di brano in brano. Il muro sonoro è abbastanza atipico per una band italiana, con Giuseppe Chiara che affianca i fratelli Ferrari e Roberta Sammarelli come membro aggiuntivo nei live, alla chitarra e alle tastiere. Anche la gestione della sezione luci è intrigante e integrata con l’esecuzione dei brani: l’effetto per ‘Ho Una Fissa’ sono delle luci bianche sparate verso il pubblico che riducono i quattro a delle ombre sullo sfondo, semplice ma efficace. Ogni brano del nuovo album è suonato con l’accompagnamento di un video, come avviene per il secondo brano in scaletta, ‘Un Po’ Esageri’, benché orfano del videoclip girato da Alex Infascelli. Primo bagno di folla, questo, per la band di Albino, con il singalong che diventa una costante per i brani più celebri. E primo vero diluvio di cellulari e apparati fotografici vari, piaga per eccellenza di questi anni zero: brani interi filtrati attraverso la lente di un obiettivo, che guasta spesso la festa alle file posteriori. L’insofferenza affiora insopprimibile a un certo punto con un “ficcatela nel c*** la macchina fotografica!”. ‘Sci Desertico’ è uno dei pezzi ni del lotto: troppo mescolati gli strumenti tra loro, troppo caotica la resa finale, per un brano che non mi ha mai convinto neanche su disco. Va molto meglio con ‘Loniterp’, dal precedente ‘Wow’, il cui status di classico è sancito dal cantato convinto dei fan. A tratti sembra di assistere a un concerto stoner: la contundenza della chitarra di Alberto e della batteria arcigna e massiccia di Luca creano una muraglia sonica impenetrabile, sulla quale il basso della Sammarelli cerca di arrampicarsi ogni volta, ma va detto che le linee di basso sono sempre ben distinguibili. Mi esalta ricordare almeno un paio di sequenze memorabili. Prima, il trio ‘Attonito’, ‘Lui Gareggia’ e ‘Caños’: miccia, esplosione e polveri che lentamente si posano, non prima di aver scardinato ogni difesa. Dopo, ‘Scegli Me’, ‘Delay’ e ‘Rilievo’: la quiete, la tempesta e l’imprevisto. Il finale di ‘Rilievo’ è da applausi per la capacità di creare una stasi metallica e sulfurea, un plateau di fuzz e distorsioni che sospinge il live verso la conclusione ante-encore. In quest’ora e mezza, limitatissima l’interazione tra band e pubblico, come d’abitudine, a parte delle gag improvvisative ordite perlopiù da Alberto Ferrari. Le encore vedono il recupero della vecchia ‘Luna’, così come di ‘Don Calisto’ da ‘Requiem’, altro momento clou della serata. Suona naturale, a questo punto, mettere il punto finale sull’esibizione con ‘Funeralus’, che chiude anche la prima parte di ‘Endkadenz’. Ah, non l’ho scritto ma è superfluo dire che la ‘Creep’ de noantri, ‘Valvonauta’, non è ovviamente mancata: ironia a parte, suscita ancora enormi e comprensibili entusiasmi da parte dei fan, memori della mitica infanzia della band. Io, che senza remore dico che ho conosciuto i Verdena con ‘Wow’, posso dire che la band bergamasca si gode un ricco e meritato successo. Quello che si diceva degli Afterhours quindici anni fa si dice dei Verdena adesso. Il che può suonare anche sinistro, in un certo senso. Ma l’età giovane c’è, i numeri e la maturità anche, e questi tre ragazzi sapranno ancora stupire. La politica di controllo sui prezzi dei concerti, poi, li rende ancora più apprezzabili. Poche sbavature, qualche momento interlocutorio ma un concerto di assoluto valore. Superlativi.

Eugenio Zazzara

Foto: Angelica Gimbo

4 COMMENTS

  1. Ciao,

    Una semplice impressione: in mezzo al pubblico si stava strettini, ma non così tanto da far pensare al tutto esaurito, tutto qui.

  2. nonostante faccia fico, sold-out proprio no. si stava belli larghi (certo non nelle prime file) nonostante la gente fosse tanta. cosa che, per inciso, non è certo male.
    per il resto, i verdena sono l’unica band di rilievo nazionale a potersi fregiare di un background e di una dedizione alla ricerca sonora -anche live- che per lo standard itagliano è pura fantascienza.
    e quel che è meglio, stanno invecchiando maledettamente bene!
    ..a differenza, che ne so, di mk o afterhours.

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