Vaudou Game @ Monk [Roma, 18/Febbraio/2017]

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Chi è un Afropolitan?  Il termine è stato coniato dalla scrittrice ghanese Taiye Selasi nell’articolo “Bye Bye Barbar” del 2005 e approfondito un anno dopo dal filosofo camerunense Achille Mbembe, nel suo saggio “Afropolitanism”: ovvero la multiculturalità come via africana alla cittadinanza globale. Si riferisce ad un individuo che, pur essendosi integrato altrove, continua a coltivare un legame artistico e creativo con le proprie origini africane, mantenendo un’eredità culturale di cui la musica è spesso il vero momento di sintesi. Peter Solo incarna perfettamente questo identikit. Cantante e chitarrista togolese, Viwanu Déboutoh nasce nel 1972 a Aného-Glidji, luogo d’origine della tribù Guin e importante centro della cultura voodoo. Si approccia alla musica a 13 anni, due anni dopo la morte dei genitori, costruendo da solo la prima chitarra con un bidone di benzina, del legno e cavi di bicicletta ed imparando dal fratello musicista le prime scale. Fin dall’adolescenza esplora e codifica le armonie e le strutture che formano i canti animisti, sia sacri che profani, della sua terra d’origine e dei riti secolari dell’Africa Occidentale. Prima di lasciare l’Africa suona come turnista al fianco di artisti del calibro di Papa Wemba e Miriam Makeba. Si trasferisce a Londra prima e Parigi dopo, e sintetizza le influenze del più attuale Afro-Beat e delle proprie radici negli album solisti “Miadom” del 2008 ed “Analog Voodoo” del 2012. Si stabilisce a Lione dove fonda i Vaudou Game con musicisti di diversa provenienza geografica: africani, sudamericani ed europei, già collaboratori nell’esperienza solista e devoti al suono afroamericano. Il nome deriva dalla trasposizione francese del termine voodoo e l’intento è quello di sostenere e diffondere l’eredità spirituale e musicale della tradizione africana, giocando con il soul, il funk e il rythm’n blues. Come se un James Brown in crisi mistica e i suoi JB’s, si trovassero nella metà degli anni ’70 al confine tra Benin e Togo, jammando con soli strumenti occidentali insieme ai Poly-Rythmo of Cotonou. Nel 2014 pubblicano per Hot Casa Records l’esordio “Apiafo” che suscita una buona attenzione da parte del pubblico e dei media. La loro fama cresce con un’intensa ed infuocata attività live e si conferma a settembre del 2016 con la pubblicazione, sempre per la stessa label, del più maturo “Kidayù”, fulgido esempio di gioioso esoterismo analogico. L’inossidabile Afrodisia, da dieci anni tra i migliori riferimenti musicali e culturali di genere, porta il loro voodoo-funk sul palco del Monk per la prima delle due date italiane della presentazione del disco.

Alle 23.15 la band è on stage. I cinque musicisti si dispongono a semicerchio: batteria e basso allineati alle spalle del frontman, alla sua destra il sassofonista e il trombonista, entrambi anche percussionisti (conga, cabasa e campane) e alla sinistra il tastierista (farfisa e roland) che all’occorrenza diventa chitarrista ritmico. Rispetto alla formazione che ha registrato i dischi ci sono alcune variazioni, ma il suono è intatto. Tutti i comprimari hanno lo stesso vestito di scena, una sorta di pigiamone a righe dai pantaloni larghi e giacca a maniche corte senza un particolare significato metaforico. Peter Solo è al centro ed ha un look con riferimenti ben precisi alla sua storia, ma senza la maschera tribale vista in passato. Indossa un paio di pantaloni verdi a zampa d’elefante, stivaletti neri, una serie di collane etniche a coprire il petto nudo e ha la testa avvolta in un foulard bianco. Prima di iniziare a suonare chiarisce subito il messaggio della serata. Chiede al pubblico se ama il funk e se vuole ballare, solo così la cerimonia può avere inizio. Spiega che la democrazia è condivisione e scambio, il musicista dona energia e il pubblico la restituisce. Basta questo a fomentare un pubblico non numerosissimo ma partecipe. Il suono è perfetto: dritto, muscolare e senza sbavature. Una menzione particolare per l’uso delle voci. Tutti cantano e bene, si incastrano al meglio per tempi e timbriche, sia nei brani canonici che nelle esecuzioni tribali a cappella o accompagnati solo dalle percussioni e dalle mani. Il pubblico stesso viene invitato spesso a partecipare ai cori, persino senza musica, e lo fa diligentemente, esibendosi anche in battimani più o meno ispirati. Tutti ballano, ad iniziare dal palco, e Solo dimostra di avere stile e carisma anche in questo, oltre che come musicista e comunicatore. Tra i brani continua l’interazione con la gente, che viene invitata ad esprimersi con gioia, felicità ed energia, elementi primari del voodoo, che non va visto nell’accezione negativa con cui spesso viene presentato. Altro elemento di questa cultura che ha voluto sottolineare è stato il rispetto per la natura e il dovere di essere in armonia e positività con essa. Il live è un clash continuo tra momenti leggeri e ludici con aspetti più seri e profondi, tra tempi dispari, sincopati e spezzati, con incastri vocali e melodie di fiati. Il repertorio pesca quasi esclusivamente nelle composizioni proprie. Dopo 75 minuti il finto stop, seguito da ben 25 minuti di bis. Il nostro “Voodoo Child”, sguardo e sorriso coinvolgenti, si congeda non prima di aver fatto tributare il giusto applauso a sé e ai suoi solidali e di aver rinnovato a tutti l’invito ad amare la rivoluzione, la natura e la condivisione. Si accendono le luci e si ha la consapevolezza di aver imparato qualcosa questa sera. Big up!

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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