Vasto Siren Fest @ Luoghi Vari [Vasto, 24-25/Luglio/2015]

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Con il mare sulla destra che sembra una tavola da surf, dalla statale Adriatica si risale lungo la costa fino a intravedere, sulla sinistra, la sommità di un campanile e un borgo conteso tra terra e mare. Lasciate palme e pini, si comincia a salire e si raggiunge il centro in pochi minuti. Vasto, l’antica Histonium, ci si para davanti quasi come un miraggio. Alle due e mezza la calura scoraggia l’avventurarsi in giro, e dobbiamo penare non poco per rifocillarci. Sembra un giorno come tanti e la zona più bella e, in questi giorni, decisiva della città ci si nasconde come un segreto. Ma questo rende il tutto più surreale e affascinante. A piccoli passi troviamo la biglietteria, i primi bar aperti, l’allegro brusio che precede la festa e ci si apre un mondo. L’Abruzzo, a lungo lontano dalle rotte turistiche, oggetto misterioso e continente a sé, ha un grande fiore all’occhiello da sfoggiare. Un bouquet sorprendente. Da un’idea condivisa tra DNA Concerti, Barry Hogan del prestigioso ATP e Louis Avrami, tecnico informatico del New Jersey innamorato del luogo, è nato il Vasto Siren Festival. Con appena due anni di vita, è una scommessa stravinta: il festival risplasma il pentagramma della città e dell’intero paese, ne rimodella l’immagine e la rivolta come un calzino fino a trasformarla in un cocktail irresistibile di musica, mare, cibo e cultura. Al di là della metafora impetuosa, colpisce la naturalezza con cui l’organizzazione ha innestato il festival all’interno della città: in un abbraccio armonioso, sembra che qui si suoni da sempre. Quattro palchi a 1-2 minuti di distanza l’uno dall’altro, un belvedere sulla baia invidiabile, cibo e beveraggi a prezzi popolari, un ambiente familiare che ti porta nel giro di due ore a riconoscere volti e persone, Vasto siede al tavolo delle trattative con una formula eccellente, che coniuga sapore familiare e respiro internazionale e che non può far altro che crescere, grazie anche alla mossa azzeccata di espandere i propri confini fino in spiaggia, con il Siren Beach. Insomma, si intuisce appena appena che il tutto ci è piaciuto assai. Entriamo nel vivo.

Venerdì 24 luglio

Ci tocca arrivare fino alla vicina San Salvo per trovare alloggio, con Vasto sold out da giorni. L’antifona è chiara. A dispetto della prospettiva da “Mezzogiorno di Fuoco” paventata poco prima, la città brulica in poco tempo di gente. Giovani e meno giovani. Sì, perché la curiosità è che, contrariamente ad alcuni mega festival sbattuti in aree nel bel mezzo del nulla, qui non c’è soluzione di continuità tra cittadina e area concerti e, quindi, tra ospiti del festival e autoctoni. E si crea così un’atmosfera di complicità e di confronto tra popolo e pubblico: le espressioni sui volti di alcuni anziani curiosi non hanno prezzo. Per il resto, la selva di fan è più eterogenea di quanto mi aspettassi: c’è un po’ di tutto, dall’hipster incallito o presunto tale al punkabbestia, al darkettone, al technocrate. Ma anche tanti “inqualificabili”: gente normale di tutte le età e avida di novità. L’avvio ufficiale del festival c’è stato invero il giorno prima con Gareth Dickson, che si è esibito nella cornice suggestiva della chiesa di San Giuseppe. Ma è tra venerdì e sabato che si dà fuoco alle polveri.

IOSONOUNCANE
Si dà il via alla vasta offerta italiana del festival ed è a Porta San Pietro che alle 19.00 ci attende Jacopo Incani, in arte IOSONOUNCANE. In contemporanea si sta svolgendo l’incontro Febbre a 90’ ma, vista la concomitanza degli eventi, preferiamo concentrarci sulla musica suonata. Un uomo solo al comando. Sotto l’arco della porta, cavi, valvole e pulsanti di un synth vengono attivati e modulati dall’artista sardo, che intriga i sempre più numerosi presenti con l’intro gorgogliante di ‘Tanca’, apertura dell’ultimo ‘Die’. “Invece la canzone d’oggigiorno la fanno utilizzando i macchinari”, mi viene da pensare mentre mi diverto a osservare le facce basite del pubblico più anziano. L’uso di campioni per una musica che in larga parte può considerarsi cantautoriale e suonabile (se mi si passa il termine) mi lascia perplesso, così come il cantato urlato e stridulo. Per il resto, l’esibizione piace, soprattutto alla cricca di fan in prima fila dalle chiome improbabili, e va dato atto a IOSONOUNCANE di aver tenuto egregiamente la piazza da solo contro tutti. Ma non ci accontentiamo e passiamo ad altro.

Aspettando…GAZELLE TWIN
Alle 19.45 sul palco principale di Piazza Del Popolo non si muove ancora una foglia. E fino alle 20.15 niente di nuovo sul fronte del palco. Tanto che decidiamo nel frattempo di riavvicinarci a Porta San Pietro per vedere almeno degli scampoli dell’esibizione successiva, in programma proprio a un quarto dalle otto, non senza aver chiesto lumi allo stand informazioni. Poche notizie e abbastanza confuse, che è forse l’unica piccola pecca che trovo a questa macchina efficiente, pur se un po’ impreparata su imprevisti di questo tipo. Niente di imperdonabile, mentre ritorniamo al galoppo sui nostri passi.

WOW
Il tempo è tiranno e della band romana riusciamo ad ascoltare solo un paio di brani. Quanto basta per inquadrare una proposta che guarda al beat anni ’60 e alla canzone italiana, da Mina a Milva passando per la chanson di Jacques Brel, ma con quella vena psichedelica e alternativa che dà al suono prerogative sporche e a bassa fedeltà; ed ecco fare capolino gruppi come i Broadcast o i prevedibili Velvet Underground. Si sente un po’ la carenza del basso mentre, low-fi o non low-fi, la qualità del suono è un po’ discutibile. Propongono un po’ di brani dall’ultimo album ‘Amore’, ma i cupi rimbombi che vengono da Piazza al Popolo ci ricordano che qualcosa finalmente si muove da quelle parti.

GAZELLE TWIN
Un solo appunto: forse una come Elizabeth Bernholz andava fatta esibire a notte fonda, al pari di altri live act più elettronici. Ma anche il crepuscolo ha il suo indubbio fascino sul volto velato e sbiadito della Bernholz: indossa una maschera grottesca e disturbante che rende se possibile ancora più asfittica la sua musica. Anche due semplici tute blu e rossa possono fare la differenza per te e il tuo compare ai synth, se nel frattempo ti dinoccoli in pose plastiche e muscolari ma in qualche modo innaturali, robotiche, mentre delle oscure spire di beat claustrofobico ti attanagliano. In un viluppo inestricabile, trip(hip)-hop ed elettronica si fondono fino a inaugurare una rotta inedita, che fa di quest’artista qualcosa di avulso al contesto e al contempo di maledettamente affascinante. Quasi tutti i brani sono tratti dall’ultimo ‘Unflesh’, col gran finale affidato a ‘Exorcise’, dove i bpm aumentano ma il ballo rimane comunque in qualche modo torpido e malsano. Un fulmine a ciel sereno.

SUN KIL MOON
Di Mark Kozelek abbiamo parlato fino allo sfinimento, ma se necessario ne parleremmo fino alla morte. Questo è il suo ultimo concerto con Steve Shelley e Neil Halstead in quello che è a tutti gli effetti un supergruppo. Un’occasione resa ancora più speciale dalla cornice seducente del Cortile d’Avalos. Una proverbiale arma a doppio taglio, però: la sua forma a cubo con il lato superiore aperto la rende una cassa di risonanza che amplifica riverberi e disturbi. Aggiungasi a questo l’atteggiamento molesto di alcuni sparuti gruppi che non trovano niente di meglio da fare che chiacchierare per tutta la durata dello spettacolo. D’accordo che i festival si prestano a queste situazioni, ma in certi casi il grado di molestia era pari a quello della zanzara tigre. Mark, pur dietro la consueta espressione burbera, è sedotto e affascinato dal luogo, tanto che sollecita il pubblico a fare silenzio più e più volte: gli “Sssshhhh” e “Be quiet and it’s gonna be beautiful” diventano frequenti. Ma la classe non è acqua e neanche le barriere architettoniche e umane riescono a fermare una formazione di fenomeni. ‘I Watched The Film The Song Remains The Same’, ‘Richard Ramirez…’, ‘Carissa’ e ‘I Can’t Live Without My Mother’s Love’ si susseguono in sequenza perfetta, mentre il clou è raggiunto con il tributo di ‘The Weeping Song’ a Nick Cave: imperfetta, e per questo ancora più viva e commovente. L’impressione è che parte di questo live verrà utilizzata per un disco o DVD dal vivo: Kozelek a un certo punto esclama “Don’t Embarass Me!” a una porzione di pubblico. Mentre il concerto volge al termine, ci allontaniamo con la soddisfazione di chi è nel giusto.

VERDENA
Prima di addentare uno dei piatti forti, un rinforzino è d’uopo. Un succulento coppo di polipetti e calamari fritti ci sollazza fino all’inizio del prossimo concerto. La band di Albino riesce da anni a richiamare una folla di fedeli senza sbagliare un colpo: giurerei che c’è gente che li ha visti la prima volta nel ’98 e dopo decine di live è ancora qui. Il motivo è facile: all’irruenza degli inizi, i Verdena hanno aggiunto una solidità e sicurezza in sé stessi evidente, e una sequela di dischi memorabili almeno da ‘Requiem’ in poi. Dal vivo sono dei macigni, infallibili e coinvolgenti, e la gente risponde a tono. Chiaro è che la priorità ce l’hanno sempre i brani di ‘Endkadenz Vol. 1’, ma ‘Scegli Me’, ‘Loniterp’ e ‘Lui Gareggia’ dimostrano ancora una volta che, al cospetto di ‘Wow’, l’ultimo disco sbiadisce come Robin Williams in “Harry a Pezzi”. Se poi t’arriva ‘Il Gulliver’ a darti il colpo di grazia, eseguita come se non ci fosse un domani, allora non puoi fare altro che ringraziare di essere qui, ora, adesso e che il destino per qualche motivo ti ha fatto un grande regalo. Set generosissimo, con 17 brani in scaletta e ben 4 encore. Per proseguire con la scorpacciata, a un certo punto ci allontaniamo per seguire il live successivo, ma essere accolti al ritorno con ‘Don Calisto’ è un ulteriore segnale degli undici gradi di vista della fortuna. Magnifici.

STEARICA
Come in ogni festival che si rispetti, anche qui c’è la sorpresona. Il dribbling ficcante, la sgroppata sulla fascia, il guizzo dell’outsider. In una parola, gli Stearica. La band torinese sguinzaglia un’esibizione muscolare, aggressiva, strepitosa. Un classico trio chitarra-basso-batteria, che scioglie l’incantesimo del “bravi ma devono crescere” che forse contraddistingue questo palco. A notte fonda in Porta San Pietro va di scena uno dei live migliori. Con collaborazioni d’eccezione come quelle con Scott McCloud e Colin Stetson, il disco ‘Fertile’ è uno dei circoletti rossi di quest’anno. La formula è una sorta di math-rock alleggerito e con aperture che guardano al post-rock così come alla world music, ma il tutto raggiunge lo zenit dal vivo. A parte la chitarra forse troppo stirata sulle alte e zanzarosa in certe parti, il trio è micidiale, e specialmente il batterista, che regala anche un siparietto uscendo dal semicerchio della batteria e andando a picchiettare con le bacchette un po’ ovunque nella piazza, non senza essersi autoinvitato a una birra da uno sconosciuto. Cinque stelle e ancora bravi: come corroborante, nella folla si intravede un Neil Halstead visibilmente conquistato.

CLARK
“Two more to go”, per dirla come i due inglesotti che ci condurranno per mano nel regno della notte elettronica del Vasto Siren. Il secondo gradino sul podio va al signor Chris Clark, che illumina il cielo notturno con delle proiezioni suggestive sulle mura del Cortile d’Avalos: una surreale nevicata, il crepitare di un fuoco con le sue scintille e poi, sulle pareti laterali, un andirivieni di spirali luminose. Visual resi ben più significativi dalle bordate sonore del dj di casa Warp, che ultimamente sembra mostrare un ritorno di fiamma per la techno, quella calda e avvolgente che ti induce al ballo ma senza sradicarti, semmai prendendoti per mano. Set d’esperienza e calore.

JON HOPKINS
Ancora un’iniezione di calorie utili a percorrere l’ultimo miglio. Inaspettatamente, però, possiamo prendercela comoda: il live del producer inglese ritarderà di un’ora abbondante rispetto all’orario stabilito, rendendo estenuante un’attesa già impegnativa e suscitando inevitabili mugugni. Si appura in seguito che l’inconveniente è dovuto a un ritardo nel volo dall’Inghilterra. Sta di fatto che Hopkins ci mette ben poco a farsi perdonare e tira fuori dal cilindro un live ridotto, per forza di cose, ma d’impatto. È incredibile come sia frenetico e iperattivo alla consolle, ben più rispetto a tanti suoi colleghi di piatto: segno di un approccio più artigianale e in “presa diretta” alla musica dal vivo. Tra le tante tracce ormai diventate classiche del repertorio di Hopkins, non manca ovviamente ‘Open Eye Signal’, forse il più pop tra i brani d’elettronica usciti negli ultimi anni per la sua portata e orecchiabilità: una scala reale servita. Sfranti dalla sveglia alle 8 e provati dalla giornata interminabile, diamo un cordiale buonanotte al dj set in spiaggia e ricarichiamo le batterie per la seconda giornata.

Sabato 25 luglio

Prima del Siren, Vasto era già una nota meta del turismo balneare e in questo senso l’accoppiata festival-spiaggia è un asso a briscola. La discesa in spiaggia è imperativa ma un colpo al cuore mi aspetta prima di lasciare l’albergo. Faccio per uscire dalla porta girevole e chi ti incontro in reception? Mark Kozelek è qui, nel mio stesso albergo, è lì davanti a me. Sta parlando con la reception, con un fare deciso ma educato. Dai, vai, cosa aspetti? Nei brevi istanti di mio tentennamento, fa in tempo a dirigersi verso l’ascensore e ritornare in stanza. Quale fosse la stanza non lo saprò mai. Mentre impreco in aramaico antico, cerco di pensare, ovviamente invano, al sole e al mare che mi aspettano. Sul Siren Beach, è stata approntata una postazione tanto improvvisata quanto suggestiva, con una stazione radio che passa brani degli artisti del festival e affini e un palco essenziale allestito per i set acustici. È qui che Gareth Dickson accetta di buon grado di rendersi disponibile per un’intervista e per eseguire alcuni brani live, dove importante è il marchio dell’imprescindibile Nick Drake. Nei dintorni, Alberto Ferrari scorrazza per la spiaggia e si concede un caffè e una birra al limone, mentre il fratello emerge capelluto dalle acque come un sirenetto. Tutto è immerso in una bolla di leggerezza molto gradevole, che fa sentire a casa e di essere parte del paese, tanto che ormai l’identikit di quasi tutto il pubblico del festival è praticamente fatto. Col declinare del giorno, torniamo nel pieno del festival per un’altra maratona di musica. Come ieri, l’inaugurazione è un testa a testa tra l’incontro “Indie Rock vs Club Culture” nel Giardino d’Avalos e la prima esibizione in programma in Porta San Pietro.

MAMUTHONES
Contrariamente al giorno precedente, il menu si presenta sotto migliori auspici. La presenza di Alessio Gastaldello, ex-Jennifer Gentle, fa ben sperare e infatti i Mamuthones non deludono. Uno show tribale e visionario, con le espressioni del batterista che meriterebbero una recensione a parte; la chitarra scalcia e frigna mentre il basso è surrogato con un synth che occupa le relative frequenze. In tutto questo, Gastaldello smanetta con oggetti contundenti di tutti i tipi, in un crescendo psichedelico e strampalato che convince.

SCOTT MATTHEW
Di Scott non ho timore. E infatti fa fede la bella foto che ci siamo fatti. Non puoi non approcciarti con naturalezza a Mr. “a tuo agio” per eccellenza. La cortesia dell’australiano è contagiosa, non solo di persona ma a maggior ragione dal vivo. C’è da dire che grazie a questa dote compensa anche una scarsa maestria dello strumento, complice purtroppo anche una forma di tendinite che gli crea difficoltà nel prendere determinati accordi con la chitarra. Ecco perché è spesso l’ukulele il suo strumento d’elezione e non può che essere il rigoglioso Giardino d’Avalos la cornice adatta a ospitarlo. Come altri prima e dopo di lui, si prodiga in una sorta di “best of” inanellando le varie ‘Community’ e ‘Upside Down’ dal suo passato più o meno recente. Grande spazio hanno anche le cover, tra le quali si distingue ‘To Dance With Somebody’ di Whitney Houston, adottata prima con timidezza e poi con convinzione nei cori dal pubblico. Il tutto condito con gli usuali sorrisi, risatine e commenti autoironici e divertenti. Il classico Scott Matthew, insomma, che piaccia o no.

COLAPESCE
Di Lorenzo Urciullo se n’è fatto un gran parlare, nel bene e nel male. Accanto a elogi iperbolici ed esagerati, si trovano anche le critiche più ingenerose. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo: Colapesce è un artista valido e dalle grandi potenzialità in parte già mostrate, come stasera. Il Cortile d’Avalos colpisce ancora e reagisce maluccio a distorsioni e riverberi: forse dovrebbe essere riservato a set acustici ed elettronici soltanto. O magari si tratta di casualità, non mi avventuro nell’azzardare. Sta di fatto che, al netto della migliorabile resa acustica, il live e la band di Colapesce funzionano e offrono un bello spettacolo. Non male neanche come chitarrista, lui, affiancato da basso, batteria e tastiere. È in particolare sul finale che si decolla, con ‘Reale’ e ‘Maledetti Italiani’, con citazione di Cutugno annessa e connessa.

The PASTELS
Ammetto di conoscerli poco. Ma questo live non ha certo contribuito a indurmi a riscoprirli. La band scozzese ha il suo posto nella storia per l’influenza esercitata su numerose altre band, come ad esempio i Belle And Sebastian, ma stasera viene fuori un’esibizione decisamente sottotono. Fin dalla tenuta fisica del palco, la band appare esangue, bloccata, priva di mordente. L’impressione finale è di un compitino portato a casa con sufficienza. Forse il palco di Piazza del Popolo non era neanche il posto migliore dove farli esibire. Peccato.

FABRYKA
Come già 24 ore prima con gli Stearica, anche stasera si ripete la magia, grazie ai Fabryka. Il synth-rock dalle vene shoegaze del quintetto barese è trascinante e ipnotico, e non tarda molto a richiamare una folla interessata e attenta. Tutti molto bravi ma a sorprendermi è il bassista: è lui il vero direttore d’orchestra, il faro che illumina la scena e che mostra la strada a tutti, batterista compreso. Con giri al contempo ritmici e melodici e con una vaga vena prog, trascina tutti verso il giusto trionfo. Scott Matthew e Kozelek tra la folla approvano. Determinati.

IS TROPICAL
E per l’ultimo concerto di questa edizione arrivano gli Is Reviva… ehm, gli Is Tropical da Londra. Ritmi e suoni presi di peso e senza molta fantasia dal pieno degli anni ’80, in certi frangenti sembra di stare ascoltando cover di brani come ‘People From ibiza’ e simili. Va bene il revival, ma qua la sfrontatezza è a livelli stratosferici. Com’era da aspettarsi, l’impianto che hanno è incredibile e ottengono il risultato che evidentemente ricercano: far ballare. Ma paradossalmente suonano più sinceri e originali con brani lenti come ‘On My Way’. Derivativi è dire poco.

JAMES BLAKE
Ed eccoci giunti al “last but not least”. Non ci vuole molto a rendersi conto che l’unica data italiana di Blake fosse attesa da molti: mentre negli altri concerti si respira e si vive, con l’inglese di Enfield si raggiungono i grandi numeri e si fa fatica a muoversi tra la folla. Si presenta sul palco con una formazione a tre: lui sulla destra, con piano, synth e l’inseparabile vocoder; batteria acustica ed elettronica al centro e un chitarrista sulla sinistra. Devo premettere che a me lui non piace. Trovo i suoi dischi in studio il più delle volte noiosi ed estremamente lenti. Ma devo dire che questo enfant prodige sa il fatto suo e sa come tenere un palco e come mantenere avvinte centinaia di persone. Inizia con la cover di ‘Hope She’ll Be Happier’ di Bill Withers, tra gli apici dell’esibizione. Poi susseguono molti dei suoi brani, tra cui ‘Limit To Your Love’, ‘Overgrown’ e l’inedita ‘Radio Silence’, che andrà a finire nell’omonimo album di prossima uscita. L’esibizione è divisa chiaramente in due: due estremità di neo-soul elettronico dai toni intimisti e una parte centrale a colpi di mortai dub e techno che arrivano a far tremare le pareti del centro storico, con sconcerto e sorpresa dei vastesi. Una parte che mi ha sorpreso e che non trova spazio, a quanto ne so, nei suoi dischi. Fortunatamente non manca neanche ‘Retrograde’, tra le tracce migliori del suo repertorio e ancora più bella dal vivo. A parte queste poche eccezioni, fatico a comprendere il successo che miete tra il pubblico, con urla e gemiti che neanche i Beatles. Ma le mie perplessità valgon poco di fronte alla vittoria schiacciante che intasca stasera. E con un’affermazione su tutta la linea si conclude anche il Vasto Siren Festival. Fatte salve alcune pecche organizzative ancora da colmare e potenzialità ancora inespresse, in due edizioni ha già guadagnato un sicuro appeal e il tempo e i favori del pubblico sono dalla sua parte.  Il lavoro sulla pubblicità, in particolare, è stato decisivo e ha portato finalmente alla ribalta una rassegna con tutti i numeri per fare il botto vero. Avanti tutta.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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