Vasto Siren Fest @ Luoghi Vari [Vasto, 25-26/Luglio/2014]

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[Day 1] – Ci si sbatte sempre tanto per cercare posti nuovi, migliori e più esotici verso cui viaggiare. Aerei, treni, navi ed eventuali coincidenze. Viaggi della speranza o in prima classe. Prenotati mesi prima per spuntare un buon prezzo e pianificati con tanto anticipo da arrivarci già annoiati. Poi Dna Concerti organizza un festival a Vasto, in provincia di Chieti, e con poche ore di macchina scopri un posto che ti riempie gli occhi più di tanti altri, più pubblicizzati e più scomodi da raggiungere. Le venue previste sono sei e sembrano scelte appositamente per far scoprire ai visitatori gli scorci migliori della cittadina e ricordare agli abitanti, qualora ce ne fosse bisogno, quanto possano essere fortunati. Non arriviamo a Vasto dalla nostra città natale, quella col sindaco ciclista, ma da Pineto, provincia di Teramo, buen retiro estivo raggiunto con qualche giorno di anticipo con l’intenzione di sfruttare un po’ l’Adriatico. Sì, magari. C’era una volta l’ultima settimana di luglio, garanzia di bel tempo. Arriviamo a Vasto poco prima delle 19 dopo un percorso autostradale rallentato da tir alle prese con manovre originali e rischiose. Tante sono le facce note, segno che seppure Vasto disti più di 300 km da Roma, in molti hanno ritenuto che valesse la pena addentrarsi in Abruzzo per presenziare a questo evento. Tutto intorno è pulito ed architettonicamente gradevole. Il primo appuntamento selezionato dal programma non è un concerto, bensì una retrospettiva su John Fante, scrittore da noi molto apprezzato e qui celebrato a dovere per il suo genio, ma anche per le sue origini abruzzesi. L’idea alla base del festival è semplice quanto piacevole: musica, letteratura ed anche cinema, con proiezioni di film a tema musicale nel Cortile del Palazzo d’Avalos. Ma torniamo al settecentesco giardino napoletano di Palazzo d’Avalos, maestoso e con un panorama mozzafiato sul Golfo Vastese. I tre giornalisti e scrittori preposti ci raccontano di Fante, mentre ci guardiamo intorno, iniziandoci a rendere conto della bellezza del posto e non capacitandoci di non aver mai sentito parlare di un posto così magico. Al termine dell’incontro faremo il nostro esordio nell’Arena delle Grazie, dove troveremo il punk blues dei torinesi Movie Star Junkies. Non un cattivo inizio, tutt’altro. Poi cena di pesce (a cifre irrisorie) sul belvedere, con in sottofondo i carichissimi australiani The Drones, prima di rinunciare a frutta, caffè ed ammazzacaffè per andare dal duo di Vittorio Veneto Ninos du Brasil, apprezzato in più di un’occasione, ma sempre molto coinvolgente. Durante il loro set balleranno tutti come pazzi e persino dei bambini entreranno in comunione con la loro musica tribale, i loro coriandoli, i loro volti dipinti e le loro piume. Nico Vascellari, mente di questo e mille altri progetti, è un artista a tutto tondo e decisamente un genio. Percorriamo nuovamente la Via Adriatica per dirigerci dai The Soft Moon, band che negli ultimi tempi abbiamo incrociato più spesso di alcuni nostri parenti. Il Cortile d’Avalos è la location meno intrigante tra quelle del festival, ma il live è molto atteso e la folla che ci circonda lo dimostra. Nonostante l’ottima affluenza di pubblico, il Siren dimostrerà di essere a misura d’uomo. Niente calca né code rilevanti, nessuna diminuzione estrema dello spazio vitale, o energumeni a petto nudo, marchio di fabbrica degli eventi musicali italiani all’aperto. Security molto gentile, ritardi mai eccessivi rispetto al programma e prezzi di cibo e bevande contenuti. Se proprio dovessimo trovare un difetto all’organizzazione potremmo dire che è stato quello di non aver difetti, creando così problemi ai criticoni di professione, tra i quali per fortuna non ci annoveriamo. Prima del termine del live dei Soft Moon, troppo cupi e mai pienamente convincenti, ci avviamo verso il palco principale, quello situato nella suggestiva Piazza del Popolo, per prendere posizione per un live dei The National che si prevede esplosivo. Il palco dà le spalle allo splendido golfo di Vasto, una cornice perfetta per gli headliner di serata. Rispetto ad altri concerti, ad una prima occhiata ci sembra che molta parte del pubblico sia arrivata soprattutto spinta da una grande curiosità. Curiosità per un festival alla prima edizione, curiosità per una grande band newyorkese che si appresta a suonare in una cittadina che conta poco meno di 40.000 abitanti ed in una regione che troppo poco spesso viene avvicinata da tour internazionali. Così, mentre siamo immersi nel chiacchiericcio, alle 23:35, accompagnati come di consueto dalle note di ‘Riders of the Storm’ dei Doors, i The National fanno il loro ingresso sul palco. La nostra attenzione viene immediatamente catturata dal bicchiere stretto tra le mani del frontman: siamo abituati a vederlo bere vino bianco, questa volta invece, ci sembra che, almeno per iniziare, abbia scelto un long drink. Apre la setlist ‘Don’t Swallow the Cap’, singolo tratto dall’ultimo album ‘Trouble Will Find Me’, un inizio che ci è familiare poiché anche al Nos Primavera Sound di Porto era stato questo stesso brano a dare inizio allo show. È con ‘Bloodbuzz Ohio’ però che l’atmosfera comincerà a scaldarsi, i fan più affezionati inizieranno a cantare e timidamente dai balconi dei palazzi circostanti si affacceranno signori e signore incuriositi, ignari di ciò che poco dopo li vedrà protagonisti. La relazione tra il frontman e il microfono apparirà da subito complicata, ma sarà su ‘Squalor Victoria’, brano tratto da uno degli album preferiti di chi scrive, ’Boxer’, che la lite si farà più aspra, visto che Matt comincerà a percuotersi istericamente la testa, a colpire l’asta senza sosta e alla fine, non riuscendo a venirne a capo, si butterà a terra concludendo così, steso sul palco, la canzone succitata. La scaletta scorrerà piacevole e senza intoppi fino a quando, dopo essere passato dai superalcolici al vino, provocando lo stupore di tutti gli esperti bevitori tra il pubblico, Berninger intonerà la strofa sbagliata dell’attesissima ‘Fake Empire’, dimostrando la sempiterna validità del teorema secondo il quale non bisogna mai percorrere in discesa la strada alcolica che si è scelto di imboccare. Questo sarà solo il preludio del grande show a tinte di vino bianco che ci apprestiamo a vedere. Al momento dell’encore, il leader dei The National, fino a quel momento innamorato solo dei suoi capelli, sistemati compulsivamente almeno un paio di volte a canzone, deciderà di invadere il bancone di uno dei bar della Piazza, utilizzandolo come una scala, nel tentativo di raggiungere una delle signore affacciate al balcone, dedicandole – moderno Romeo – tutto il suo ‘Terrible Love’. Il live, come di consueto, si conclude con la bellissima versione a cappella di ‘Vanderly Crybaby Geeks’, cantata con trasporto da tutti i presenti. Ottimo live, corredato dagli ormai soliti quindici minuti di pura follia del frontman. Al termine, intorno all’1:00, ci si presentano due possibilità: raggiungere La Rotonda per i dj set di Giorgio Gigli e Jolly Mare, glorie italiane, oppure tornare al Cortile d’Avalos per la rassegna ‘Across The Movies’ e la visione dei film ’24 Hour Party People’, uno dei lungometraggi che meglio spiega origini e sviluppo della Madchester ed il seguente ‘David Bowie: Five Years’, una retrospettiva su cinque anni, non consecutivi, nella carriera del Duca Bianco. Sceglieremo la seconda opzione, e ci complimenteremo con noi stessi per aver scovato un festival che sembra davvero tagliato su misura per i nostri gusti.

[Day 2] – Dopo essere stati fortunati per la seconda volta in due giorni, trovando parcheggio a pochi metri dal cuore pulsante del festival, ci imbattiamo nella banda Pink Puffers e nel loro live itinerante che si dipanerà in buona parte del centro di Vasto e non soltanto sulla Via Adriatica come inizialmente annunciato. La serata precedente si era chiusa con il cinema, quella successiva si apre con un incontro di musica e letteratura. Siamo di nuovo nel Giardino d’Avalos, dove verrà presentato il libro ‘Gli Altri 70’, allegato della rivista ‘Rumore’ a cura di Carlo Bordone. Quattro giornalisti musicali e scrittori, tra cui l’autore stesso, daranno vita ad un dibattito molto interessante che spazierà dai pollici consumati dalla ricerca dei vinili nei mercatini a Spotify, dal ruolo odierno del giornalista musicale all’importanza della recensione oggi. Ascoltiamo attentamente, visto che sono temi che ci toccano molto da vicino e che raramente vengono trattati con tale competenza, in sedi diverse dalle pagine di Nerds Attack! Al termine dell’incontro ci dirigiamo verso l’Arena delle Grazie, passando per la zona dove sono collocati gli stand e mettendo in borsa un paio di ottimi vinili che il gentile proprietario, un appassionato più che un mercante, ci sconterà senza ritegno. Inaugureremo la parte musicale del festival con il live dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, power-trio umbro attivo dal 2006 e noto per le performance adrenaliniche e mai noiose. Non si smentiranno neanche in quest’occasione, facendoci ripromettere di ripassare la loro discografia una volta tornati alla base. Al termine del loro live ci approccieremo ad un cibo tipico, ordinando una gran mole di arrosticini che smaltiremo subito grazie alla camminata veloce che ci porterà davanti ai Joycut, nuovamente nell’Arena, con un bicchiere di vino ancora pieno in mano, preso in prestito all’insaputa dello staff del locale dove avevamo sostato per cena e restituito a fine live in maniera anonima. La performance dei bolognesi d’adozione, reduci dall’ultimo album capolavoro ‘PiecesOfUsWereLeftOnTheGround’, sarà esplosiva ed emergerà tra tutte, nonostante l’alta qualità della line up del festival. Il set del trio, con echi krautrock, tra dilatazioni e reiterazioni, tra progressioni e Neu!, per citare la recensione del loro album fatta dal Nerds’ boss Emanuele Tamagnini, sarà quasi totalmente strumentale e farà spellare le mani, a noi e al resto del pubblico, nei rari momenti in cui gli artisti decideranno di lasciarci una pausa tra le loro note. Per completare l’ascolto del loro live ci perderemo l’inizio di John Grant. Non sappiamo dire se ingrassato o dimagrito, ma fisicamente molto diverso rispetto al nostro ultimo incontro al Primavera Sound di Porto, neanche due mesi fa. Buona la sua performance, nella quale dimostrerà tutto il suo eclettismo, passando da parti più rock ad altre prettamente cantautoriali, come nei brani in cui si siederà al piano. Introdurrà la trascinante ‘GMF’ (The Greatest Motherfucker) con una dedica a tutto il pubblico, tra cui ricomparirà anche la signora che dal balcone, la sera precedente, aveva ricevuto la serenata da Matt Berninger, magari sperando in un bis. Lasciamo Grant con qualche minuto d’anticipo per andare a trovare i Fuck Buttons, duo musicale elettronico inglese strettamente connesso agli headliner di serata. Sono legati a filo doppio ai Mogwai, da una serie di collaborazioni e tour condivisi sin dal lontano 2007. Quando i due prenderanno posto sul palco, il Cortile d’Avalos sarà quasi gremito. Anche la pioggia non vorrà perdersi l’evento, facendo timidamente capolino. Per fortuna dopo pochi minuti si ritirerà, con ogni probabilità spaventata dagli sguardi truci dei presenti. I due sul palco sono rivolti l’uno verso l’altro e raramente daranno un’occhiata agli spettatori, fortemente attratti dai visual, genialmente messi in atto grazie a due telecamere Kinect, quelle generalmente utilizzate per giocare con la console X Box. La loro immagine verrà proiettata su un pannello in fondo al palco, modificata, astratta dal contesto ed inserita talvolta in panorami desertici, altre volte spaziali. Davvero un ottimo live, degno preludio di quello dei Mogwai. Le presenze sono tali da poter spendere la parola successo senza timore di essere smentiti, ma in Piazza del Popolo ci sono meno persone di quelle accorse per i National la sera precedente. Troveremo una collocazione piuttosto avanzata, alla sinistra del palco, ed attenderemo l’arrivo della band scozzese.  Il gruppo sale sul palco e si presenta ai suoi fan con ‘White Noise’, prima traccia del loro penultimo lavoro, ‘Hardcore Will Never Die, But You WIll’. Nonostante il vento ci faccia temere per i tre esagoni che compongono la scenografia della band, visti oscillare paurosamente, il meteo si dimostrerà clemente e l’unica conseguenza di una sferzata un po’ più consistente sarà la dipartita del cappello che copriva la scarsocrinita chioma di Stuart Braithwaite. Meno innocuo invece è il chiacchiericcio intorno a noi, dal quale non possiamo fare a meno di venire catturati. Il live non riesce a tenere alta l’attenzione e in effetti quel brusio ha come tema principale proprio la scarsa potenza di questo concerto, dai volumi all’intensità. Nonostante la scaletta venga eseguita in maniera impeccabile, il post rock dei Mogwai, su piazza dal 1996, sembra aver fatto il suo tempo. Gli unici sussulti si registrano durante l’encore, quando sulle note di ‘Hunted By a Freak’ e ‘Mogwai Fear Satan’, ci immergiamo totalmente in quelle sonorità noise e dimentichiamo le critiche mosse fino a pochi minuti prima. Poi il live finisce e si spezza quella magia che per un attimo aveva sospeso il nostro giudizio e ci incamminiamo verso il belvedere pensando che forse questo sarà stato l’ultimo appello dato a questa band. La voglia di andar subito via non ci sfiora neanche per sbaglio. Il programma prevedeva dei dj set sulla spiaggia, spostati poi sulla via Adriatica, gremita di stand, ristoranti e pub. A mettere i dischi troveremo Umberto Palazzo, Lady Maru e JD Samson, mentre noi saremo intenti a ripercorrere mentalmente il festival, giungendo a conclusione che nessuno potrà dirsi deluso. Gli artisti per aver suonato in una cornice magica e gremita, l’organizzazione per il successo di pubblico e per aver funzionato come un orologio svizzero appena uscito dalla fabbrica, gli spettatori locali per aver assistito a molti live di qualità nella loro zona ed i turisti per aver scoperto una cittadina davvero bella, dove, siamo sicuri, non esiteranno a tornare, cosa che tra l’altro renderà felice anche la Regione Abruzzo e il Comune di Vasto. Tutti felici, nessuno escluso, per un evento che se verrà confermato e manterrà il format e la qualità di questa prima edizione, ha le potenzialità per diventare un must. Viaggiamo verso casa con il sorriso e la speranza, condivisa da tutti i presenti, di bissare nell’anno a venire. Non ci vorrete mica deludere?

Alessandra De Biase (@sydpollon) e Andrea Lucarini (@lucarismi)

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