Vampire Weekend @ Circolo Magnolia [Milano, 9/Luglio/2019]

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I Vampire Weekend sono tornati a trovarci a più di dieci anni dal loro ultimo concerto alle nostre latitudini, per l’unica data italiana del tour a supporto di “Father of the bride”, quarto full length di una carriera che li ha visti compiere una leggera virata dall’indie rock al pop, senza perdere quello smalto e quella lucidità che ha permesso alla band di consacrarsi come certezza nel panorama indipendente newyorkese e americano. Graziati dal meteo, che prometteva temporali e invece ha regalato una serata serena e quasi primaverile, allentando anche la morsa dell’afa, i Vampire Weekend hanno fatto le cose in grande e offerto una bellissima prova in un Circolo Magnolia non lontano dal tutto esaurito: sul palco si sono presentati puntuali, in formazione allargata a sette membri, ricevendo una calorosa accoglienza da parte di un pubblico composto prevalentemente da ragazzi e giovani adulti. Corposissima la scaletta, esauritasi in due ore e mezza piene, che ha attinto da tutti e quattro i lavori della band, a partire dall’apertura: prima la nuovissima “Sympathy”, poi la sempreverde “Cape kod kwassa kwassa” dall’album di debutto, quindi la dolcissima “Unbelievers” estratta da “Modern vampiresof the city” e la barocca “White sky” da “Contra”. Subito dopo, con “Holiday” e “M79”, l’atmosfera si è fatta vagamente nostalgica: i presenti hanno virtualmente abbracciato dei vecchi amici dopo un’eternità, ma quel tempo non ha scalfito minimamente il rapporto. Il concerto, già su alti livelli, è entrato nella sua fase centrale: prima le scuse per la lunga assenza, poi le carezze di “Sunflower”, ampiamente dilatata e suggellata da un abbozzo di jam, seguite a ruota da “Run” e da “How long?”, contaminata di jazz. Per omaggiare l’Italia, a quel punto, Ezra Koenig e soci hanno pensato bene di proporre due volte in fila “Bambina”, “l’unica canzone con titolo in lingua italiana della loro discografia”. Tracce di jazz anche in “Unbearably white” e, poco più tardi, durante “Harmony hall”, ma, prima, “Step” e la deliziosa “Horchata”, infarcita di ritmi simil-tribali, hanno spianato la strada alla sempre presente “New dorp. New York”, firmata SBTRKT e Ezra Koenig, chiusa da un’autentica jam che li ha visti lambire i confini della dance e approdare in territori funk. Tempo anche per “Hannah Hunt” e “This life”, prima dei sapori vintage di “Diane young”, esaltata dalle due batterie, e di alcuni classici intramontabili a precedere la pausa: gli equilibrismi di “Cousins”, uno degli episodi più belli di “Contra”, l’inevitabile tuffo nell’allegro indie rock di “A-punk”, il brano più popolare dei newyorkesi. Sulle note di “2021” e “Jerusalem, New York, Berlin” sono scoccate le due ore di live e i vampiri si sono congedati per una manciata di secondi. Il bis, un autentico mini-concerto di mezz’ora, è diventato una vera e propria festa durante la quale i Vampire Weekend hanno letteralmente assecondato le richieste del pubblico (“Giving up the gun”, I think ur contra” e “Oxford comma”), poco dopo “Obvious bicycle e la sua clamorosa virata verso “Son of a preacher man” di Dusty Springfield. Sorprendentemente non era prevista “Walcott”, ma il live si è comunque concluso con il sing-along e le braccia al cielo sulla marcetta di “Worship you” e l’altro classico “Ya hey” e, naturalmente, con la promessa che stavolta i Vampire Weekend non salteranno una decade prima di tornare da queste parti. Ma un live di tali proporzioni è parso il modo migliore per riconciliarsi con i fan italiani: hanno dato l’impressione di essere in grande forma, lucidi e ormai davvero maturi, capaci  di muoversi agilmente fra più generi e più atmosfere, tenendo comunque viva l’attenzione di una folta schiera di presenti partecipi e assorti.

Piergiuseppe Lippolis