Uzi & Ari @ Sinister Noise Club [Roma, 12/Febbraio/2009]

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Una performance da ricordare quella degli Uzi & Ari o meglio, di Ben Shepard e il suo seguito di personaggi incappucciati, barbuti, occhialuti, smilzi, paffuti. In tre ufficialmente, in sei sul palchetto aranciato del Sinister Noise per la data romana di questo lungo tour europeo. Di fatto mi reco al concerto sprovvista di overfilling musicale, quello concentrato esclusivamente sul gruppo della serata; di questo loro nuovo nato ‘Headworms’ ascolto solo le tracce presenti sul myspace, ma ne bastano un paio per accattivarmi anche la compagnia del Watt che, come me, si sentirà ben presto spacciato e detronizzato della sua integrità nerdica quando sul palco salirà il più integralista di tutti i tempi e, insieme a lui e fra gli altri, un orsacchione appena uscito da una foresta di latifoglie con la maglietta di se stesso [stupendi].

Quindi tra magici incastri dei tanti strumenti, taluni anche ingombranti [peccato non ci fosse lo spazio per l’organo a canne], i sei si sparpagliano e danno l’attacco con quel brano luccicante quale ‘Missoula’. E partono bene, non manca nulla, ognuno è impegnato nel colloquio col suo strumento, si imbraccia anche uno zither [ho fatto ricerche, non è una cassapanca], segue ‘Wolf Eggs’, che tra punti di foschia intimista e mimetica, radiazioni laptopiche, e raffinatezze al sapore di violino rimane il punto luce di tutta la performance, a fatica però, perchè in effetti ogni brano è pieno di luci e scintille che schizzano via dagli orefizi degli ottoni, o rimangono sospese tra le lamelle di una fisarmonica vintage, o meglio ancora solleticate dalle tastiere e rimbalzate sui piatti. Cambi di ruolo continui, tutti suonano tutto, mi vengono in mente i più folktronici Tunng, i più panoramici Hood, i più sintetici Mùm. Rimango appesa fino alla fine, quando pensano bene di spazzare via tutti gli astanti con una buferica esecuzione esclusivamente strumentale a foggia post-rockeggiante oserei [ma preferivo di no], una sintesi turbolenta delle loro inclinazioni sonore, ritmiche incalzanti e un collerico violino ascensionale. Neanche il tempo di placare l’entusiasmo e gli applausi finali che il banchetto viene letteralmente preso d’assalto. Band da segnare e sì, da rivedere.

Marianna Notarangelo