Uzeda @ Init [Roma, 2/Marzo/2008]

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Il mio primo incontro con gli Uzeda risale a 12 anni fa. Era il 10 luglio 1996. Me lo ricordo benissimo perchè quel giorno mi dirigevo allo stadio Olimpico a vedere Iggy Pop e i Bad Religion e mentre mi avvicinavo al catino sportivo un ragazzo mi ficca nella mano un volantino in cui si preannunciava, di lì a pochi giorni, il concerto delgi Uzeda. Alla mia ingenuissima domanda da 18 enne “che genere fanno?” la risposta fu un sonoro bilabiale: “Boh”. Sono quegli episodi che inspiegabilmente ti rimangono in mente. Mi avranno messo in mano dieci miliardi di flyer ai concerti eppure l’unico che ricordo è proprio quello. Mi piaceva il nome e mi piaceva l’idea che fosse un gruppo italiano. Il nome poi era forte. Uzeda. Da lì in poi li ho rincorsi senza mai trovarli. Non trovavo i dischi, nè tantomeno riuscivo a sapere di loro concerti. Poi con Internet finalmente li ho potuti ascoltare come si deve. Gli Uzeda. Da Catania. Scoperti e voluti da Steve Albini. Che pubblicano per la Touch And Go (queste informazioni sono ovviamente solo per chi ha scoperto come si accende uno stereo l’altro ieri). Strano effetto no? Erano stati in pausa otto anni prima di tornare un anno e mezzo fa con l’album ‘Stella’. Album che non mi era piaciuto molto a dire il vero. Troppo lontano dalla scintillante bellezza dei primi due dischi, i miei preferiti.

Sede del concerto l’Init. La Domenica sera andare a un concerto ha un sapore diverso. Ci vanno solo gli inossidabili. C’è un pò di sana e giusta malinconia tra noi domenicali perchè il giorno dopo si ritorna al lavoro. Ci si racconta del weekend appena passato. Dei pessimi gruppi o film visti di recente. Io sto peggio di tutti visto che ho lavorato anche oggi. Ma basta la compagnia dei miei amici a farmi passare tutto. E anche il suono degli Uzeda ovviamente. Si presentano sul palco vestiti in maniera semplicissima. Giovanna, la cantante, sfoggia un golfino verde su un camicetta rossa e dei jeans. Niente trucco, niente cose strambe. La musica è condizione sufficiente e necessaria. Come faccio a descrivervi la loro musica e il loro concerto? Farò i soliti paragoni con i soliti gruppi? No, evito. Gli Uzeda sono un caso a sè, mi piace pensare che sono loro che hanno influenzato mille gruppi e non viceversa. E poi sono in giro da venti anni quasi. Hanno sulle spalle anni di live e si vede. La loro è una macchina oliata come Dio comanda. Un muro di suono che cresce pian piano e che aggredisce da dietro. E, come una pugnalata alle spalle, fa altrettanto male. Ogni brano è costruito su architetture math rock davvero originali. Molti stop and go, un basso che con una sola nota riesce a sfasciare il cuore dei presenti (un po’ pochi forse) e la chitarra che sovrasta tutto il resto con i suoni liquidi e algidi. Giovanna è umilissima, concederà sì e no quattro “grazie” al micorofono accompagnati da dei sorrisi dolci. Lei è lì, ferma, con gli occhi fissi ad aspettare di urlare, di fare uscire dalla gola quella voce glaciale e stridula che non disturba. Anzi riempie il suono. Sta lì e aspetta, aspetta la musica degli altri, poi si fa coinvolgere, si dondola nervosamente presa dai riff e dalla batteria come una catarsi. E anche il pubblico sta composto. Nessuno scellerato che sbraiti o urli. Composti e ritti ad ascoltare il muro sonoro sgorgato dagli ampli. Ma gli sguardi tra di noi, di compiacimento, di rispetto assoluto, ad ogni finale di brano valgono più di mille parole.

Dante Natale

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