U.S. Maple @ La Palma [Roma, 29/Ottobre/2002]

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Accolti da una fama che in patria ne ha fatto dei semi-divi della musica indipendente arrivano a Roma, in un locale che si sta facendo un nome da qualche tempo per l’ottima qualità della musica proposta, gli U.S. Maple. Li precedono i romani (ma solo apparentemente…) Hiroshima Rocks Around; i quali tentano di convincerci che la città in questione si trovi piuttosto dalle parti di una Memphis ubriaca di blues e rumori piuttosto che tra le nebbie mattutine del sol levante. A voler fare i puntigliosi il nome della band è triste e, a parere di chi scrive, inutilmente irriguardoso. Si può fare davvero di meglio. La musica comunque non lascia spazio a dubbi: la simmetria è un gioco in cui la band non intende cimentarsi e si guarda bene dall’assimilare una qualsivoglia forma di “quadratura del cerchio” sonoro. La loro musica è un incidente stradale provocato da un’armonia in stato d’ebbrezza nel quale il rumore è l’unico superstite per di più colpevole. È un fagocitare continuo le proprie influenze (Jon Spencer Blues Explosion e Naked City ü ber alles) per rielaborarle in un gioco di conflitti e schermaglie tra strumenti che rendono l’amalgama davvero godibile e uniforme. In poche parole la loro musica stimola gli apparati nervosi e favorisce delle sinapsi fumanti beatitudine che fanno sì che ci si ricordi ancora in futuro (magari sotto un altro monicker). In chiusura un appello: se vado a vedere un concerto degli Hiroshima e degli US Maple è per diverse ragioni che possono essere ricercate nel: “ho finito gli ingressi omaggio al Follia a mia disposizione”, “oggi ho lavorato troppo al ritmo di radio Latte&Miele quindi ho nostalgia dei miei pensieri” oppure nel più probabile “sono qui perché voglio sentire della buona musica spocchiosa in santa pace”. Dunque mi chiedo che senso abbia incitare il pubblico al ballo se è risaputo che il più delle volte il target di iniziative come queste di stasera è formato dalla crema dell’intellighenzia snob e algida della città.

Gli U.S. Maple al contrario non aizzano la folla se non con quel sentimento di “inesploso” che caratterizza l’oretta trascorsa sul palco. Lo show si articola sull’istrionismo tossico del cantante Al Johnson il quale sembra sull’orlo del collasso salvo poi avventarsi sul microfono per un miagolio che resterà immutato per tutta la durata della performance. In effetti c’è molto Elvis e tanta, troppa teatralità la quale, a lungo andare, rischia per appiattire l’esibizione della band. Si parte in sordina con un arpeggio insistito del chitarrista Mark Shippy e si prosegue sulle atmosfere dell’ultimo ‘Acre Thrills’, dove gli slow-tempo delle song sigillano ad arte un CD che spazia da un post rock chitarristico ad atmosfere darkeggianti e sincopate tenute in piedi dalle sapienti mani dei drummer Adam Vida; forse l’unico che avrà un seppur vago ricordo della serata. Il concerto di per sé non aggiunge un granché a quello che sapevamo sugli U.S. Maple e non potrebbe fare altrimenti visto che siamo di fronte a 4 simpaticissimi yankee in vena di scherzare. Il problema infatti non è la musica (tonica e sonica quanto basta) ma l’insistita ed ostentata istrionità dei Nostri i quali sembrano cedere il passo a delle concessioni che vanno oltre il “musicale” e sconfinano in una teatralità rock trita e ritrita. Intendiamoci; la band ha comunque segnato un’epoca nell’ambito della sperimentazione e della ricerca di sonorità che rielaborassero la matrice americana del rock’n’roll ma non sembra abbiano più troppo da aggiungere ad una scena che sta finendo col collassare su se stessa sotto il peso delle major e dei loro quattrini. Ci si aspettava davvero di più insomma sotto il profilo della concretezza e dell’impegno da chi con un album come ‘Talker’ aveva infranto certe barriere poste al confine di un sound di strada e la ricerca per il semplice gusto di esporsi. Magari sarà per un’altra volta; ma dopo una delusione chiamata Shellac di qualche tempo fa e il declino a ritmo di fusion di una band come i Karate sembra proprio che si debba bussare a nuove porte. Peccato solo che ci si debba sempre fermare sul più bello…

Alex Franquelli

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