Urge Overkill @ Brancaleone [Roma, 17/Novembre/2011]

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Prima di tutto una domanda: in quanti sapevano del concerto degli Urge Overkill al Brancaleone? Me lo chiedo perché non posso credere che una band di questo calibro venga “snobbata” in questo modo. E visto il cambio di location in extremis probabilmente immagino che in molti non abbiano saputo del live in questione. Ben quattordici persone presenti durante l’esibizione se teniamo conto dei baristi, il fonico e l’addetto al merchandising. Una situazione surreale, che a me personalmente non è dispiaciuta, ma fa comunque strano vedere una sala vuota per una band che suona dal 1986, che ha prodotto i primi tre album per la Touch & Go, che in piena epoca grunge veniva considerata “antagonista” a band come Nirvana e Pearl Jam, che ha partorito un album come ‘Saturation’ (non più per la Touch & Go) e un pezzo esplosivo come ‘Sister Havana’. Nathan “Nash Kato” Kaatrud e Eddie “King” Roeser continuano imperterriti a fare quello per cui sono nati, in pieno stile rock’n’roll. E così, dopo ben 16 anni dal loro ultimo lavoro ‘Exit The Dragon’ che segnò la discesa della band proprio quando avrebbe dovuto confermare il successo avuto con ‘Saturation’, tornano con il nuovo album intitolato ‘Rock’n’roll Submarine’. Ed infatti è dal 2004 che hanno ripreso in mano il gruppo e hanno ricominciato a girare il mondo accompagnati al basso da Mike “Hadji” Hodgkiss e alla batteria da Brian “Bon” Quest.

Giungo perfettamente in orario al locale di via Levanna, assieme al compare damsiano amante del vero rock’n’roll. Intendo dire che alle 21 e 30 parcheggiamo con la consapevolezza di dover ammazzare il tempo per un po’. All’interno del Branca infatti c’è poca gente: qualcuno beve, qualcuno balla, ma non si avverte assolutamente l’aria da concerto. Ad ogni modo il pullman degli Urge Overkill è parcheggiato accanto all’entrata e quindi mi rassicuro come se ciò rappresentasse una garanzia per lo show. Dopo un paio di birre bevute vagando per le strade umide del quartiere desolato torniamo di fronte l’entrata e finalmente si può accedere alla sala concerto. Una bella sala, che avrebbe meritato un “pienone”, calda, accogliente, con un bel bar e tanti bei whiskey in vista. Ogni tanto vedo passare Nash Kato con una sigaretta in bocca: siamo pochissimi e non me lo sarei mai aspettato. Ma ammetto che vedermi un concerto “quasi privato” mi piace molto! Io ordino un whiskey (E che cazzo! Per una volta che non guido!) mentre il compare chiacchiera con il ragazzo del merchandising. Sono in vendita  magliette, CD e Vinili, ma solo dell’ultimo album.

Tra una cosa e l’altra si fanno le 23 circa e finalmente la band sale sul palco. La maggior parte delle persone rimane seduta, ma noi ci avviciniamo di fronte al palco: si sente benissimo. Partono subito con un loro celebre pezzo ‘The Candidate’ da ‘The Supersonic Storybook’ e suonano tutti i primi brani senza pause, probabilmente per andare il più veloci possibile e per evitare il silenzio a fine brano con tosse in lontananza stile Simpson, una cosa che comunque non avviene perché i presenti ce la mettono tutta per applaudire e manifestare tutto l’apprezzamento. Seguono ‘Erica Kane’, ‘Body’, ‘Take Me’, ‘Back On Me’, ‘Positive Bleeding’, ‘Back on Me’. Introducono uno dei pezzi nuovi che poi sarebbe la title track dell’ultimo lavoro a cui segue ‘Vacation In Tokyo’, mentre ‘Effigy’ è l’altra novità in scaletta. Concludono con ‘Heaven 90210’ e ‘Last Nite’. Nash Kato è il più vistoso dei quattro: abbigliamento kitsch che comprende camicia verde con cravatta verde, pantaloni marroni e occhiali spessi da nerd. Suona la sua Ibanez “affusolata” e tutto sommato sembra divertito. Eddie Roeser invece è più freddo, distaccato, ma non sbaglia nulla, dai semplici ma infuocati riff della sua diavoletto al cantato ruvido dei brani. Il resto della band è impeccabile. Niente bis, ovviamente, solo ringraziamenti ai presenti, poche battute, qualche sorriso e via dietro il palco. Finisce così, ma come altro doveva finire d’altronde? E io impreco perché non hanno fatto un brano, che non è ‘Girl You’ll Be A Woman Soon’, la cover di Neil Diamond su cui balla la povera Mia Wallace in “Pulp Fiction” prima di andare in overdose, ma quella bomba di ‘Sister Havana’! Me ne vado comunque felice e meno infreddolito di prima: potenza del Rock’n’Roll! (O del Whisky?)

Marco Casciani