Unsane @ Spazio 211 [Torino, 8/Ottobre/2007]

416

Curioso assai, che a precedere l’entrata in scena dei visitatori della serata siano le note Vellutate di “Venus In Furs”: curioso poiché, rispetto alle sofisticazioni alternativo-intellettualoidi di Factory ed eredi vari, gli Unsane rappresentano la metà specularmente opposta della Mela, quella tutta tatuaggi e partite di baseball in tivvù. E se i faccioni da yankees sono rivelatori, la prodigalità di Vinny “paisà” Signorelli in fatto di birre e la ben nota partecipazione al Tony Hawks riescono a tirare dentro un ingente numero di crani, sui quali il berretto da baseball domina incontrastato. Tornando alla succitata Venere, senza mostrare il benché minimo timor divino i nostri la tacciano, impietosamente la soffocano: Spencer junior non si sogna nemmeno di attendere che la musica sfumi, per impugnare la sua chitarra come si fa con una zappa e dare inizio alle danze. Partenza cafona che manda in sollucchero i duri & puri & gli hard&heavy & già si intuisce che sarà una tirata sola: il suono è immediatamente un tutt’uno, il tempo anche e a questo punto snocciolare titoli o distinguere le vecchie glorie dai pezzi del nuovo “Visqueen” sarebbe inutile, oltre che estremamente difficoltoso. Tutto quel che posso riferire è che questi tre non hanno neanche la più vaga idea di che cosa somigli a una “sezione melodica”: il microfono disperde immediatamente lo screaming di Chris nella bolgia degli strumenti, e lo stesso si potrebbe dire della sua chitarra, le cui linee raschiano continuamente l’heavy primordiale dei Black Sabbath. A restare a galla sono unicamente le basse frequenze e l’estasi ritmica di Signorelli: il suo possente doppio pedale basterebbe per rendere l’idea del sound, pesante abbastanza per scapocciare ma mai abbastanza veloce per tenere alto il pogo che difatti latita, al di là di un paio di occasioni. Cosa riemerge da questo “basso ostinato”, cosa si salva da questa tabula rasa di noise primitivo? Ben poco. Giusto l’armonica a bocca di “Alleged”, tutto ciò che resta delle tanto chiacchierate influenze blues. Ma è solo un attimo di “sosta” prima che la jam quasi stoner dell’ultima “East Broadway” tiri il colpo di grazia definitivo. La cassa toracica si eccita, orecchie e testa un po’ meno.

Simone Dotto

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here