Unknown Mortal Orchestra @ Blackout [Roma, 23/Novembre/2013]

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Con la capitale trasformata in foresta pluviale per quasi due settimane, non saranno certo le ultime, residue gocce di quest’uggioso sabato sera a fermarci. La pioggia non scoraggia neanche il buon pubblico venuto ad ascoltare cos’ha da dire e da suonare la band di Ruban Nielson, vale a dire gli Unknown Mortal Orchestra. Band di freschissimo conio, con appena tre anni di vita e già con un notevole seguito e un favore di critica non indifferente, iniziarono in modo misterioso, con Nielson che pubblicò nel 2010 un brano sul proprio bandcamp senza rivelare in alcun modo la propria identità. Messo alle strette dai rumours e dal passaparola, attribuì finalmente la paternità dell’opera all’orchestra mortale sconosciuta. Ed eccoli arrivati al secondo disco, intitolato semplicemente ‘II’, e a un EP, ‘Blue Record’ contenente versioni acustiche del secondo album e un paio di inediti. Il palco del Blackout li attende stasera; location invero insolita per una band di questo tipo, ma tant’è. Ad aprire per loro ci pensano tali Mozes And The First Born. Band giovanissima con formazione classica a quattro, li ascolto un po’ distrattamente ma non mi dispiacciono: sound già piuttosto sviluppato, con derive chiaramente valentiniane e dall’impasto prettamente fuzzoso. Non lasciano troppo il segno, ma si fanno apprezzare come hors d’œuvre.

In attesa del cambio palco, incontro gradite conoscenze nerdiche appena fuori nel giardino e si parla e discute di tutto e di più, tra cui anche l’immancabile Top 5, ormai prossima alla pubblicazione su queste pagine. Poco prima di rientrare, una ragazza arriva e ci chiede il favore di offrirle una sigaretta. Ci crediate o no, è la copia precisa, identica di Heather Graham. Inevitabile lo sgomento nei nostri volti. Evidentemente straniera, veniamo a sapere di lì a poco la sua origine portoghese, quando io avrei scommesso senza dubbi sulle stelle e strisce. Studentessa Erasmus, come tante e tanti, d’altronde, accorsi quella sera a vedere gli UMO. Curioso, questo afflusso: hipsterismo presente, ma in maniera limitata; in cambio, tanti forestieri. Quando le facciamo notare la somiglianza, sorride e dice che gliel’hanno già detto, con un’espressione a metà tra l’imbarazzo e la compiaciuta sufficienza. Mentre rabbrividisco nel vederla tranquillamente lì fuori a maniche corte, rientra e sparisce nella stessa nube di polvere di stelle dalla quale è emersa. Bella nazione, il Portogallo. Finalmente sale sul palco il combo americano-neozelandese. Ad affiancare Nielson, i fidi Jake Portrait e Riley Geare, rispettivamente basso e batteria. Nielson ha un abbigliamento curioso, a metà tra il rabbino e il frate, e sembra sempre troppo piccolo rispetto alla sua chitarra. Però la fa suonare eccome. Si parte col primo brano dall’ultimo ‘II’, ‘From The Sun’. Il frontman si muove con disinvoltura tra un accordo e l’altro, aiutato anche dal riverbero e dal delay, cifra stilistica della sua performance alla sei corde stasera. Si vede a colpo d’occhio che gli Unknown Mortal Orchestra sono una sua creatura: oltre a cantare e suonare la chitarra, è evidente come la musica suonata dai compari è totalmente in funzione dei suoi bruschi cambi d’accordi, le sue digressioni rumoristiche, i suoi soli fischianti e aritmici. Per non parlare della voce, davvero curiosa: una voce stridula, squillante, ma allo stesso tempo anche molto soul, in alcuni frangenti. Ecco, sotto certi aspetti Nielson e soci sono la perfetta emanazione di questi tempi convulsi e turbolenti, dove di distinto e separato rimane poco ed è tutto all’insegna della commistione e del mescolamento. Se fossero nati alla fine dei ’60, gli UMO sarebbero un tipico power trio à la Cream; nei ’70, avrebbero avuto spruzzate di soul, funk e anche, perché no, qualcosa della corrente canterburiana, se non altro per i cambi di accordi dissonanti di Nielson; dagli ’80, il prode e rumoroso chitarrismo mascisiano; dai ’90, l’estetica low-fi. Frullate il tutto ben bene e lasciate riposare per qualche minuto, ed eccoveli serviti. Intanto penso che Coimbra sia una splendida città universitaria. I tre musici pescano qua e là dai due dischi finora pubblicati, rispolverando pezzi come ‘Thought Ballune’ o ‘How Can You Luv Me’ dall’esordio, e testando la tenuta live delle nuove ‘No Need For A Leader’ e ‘The Opposite Of Afternoon’. L’insieme è gradevole, anche grazie all’armonia non banale dei pezzi di Nielson, benché spesso l’andamento dei pezzi sia abbastanza uguale a sé stesso in tutti gli episodi. Le spiagge dell’Algarve sono dei posti meravigliosi. Si vede lontano un miglio che il leader non vede l’ora di lanciarsi in uno dei tanti assoli che costellano i brani degli UMO: non ce n’è uno che ne sia privo. Ed è forse l’aspetto che li differenzia da una certa scena e che li fa rientrare in ranghi più nobili (aridaje con Mascis): l’hipster è perplesso. Nielson spesso afferra la chitarra e la dispone in senso orizzontale, quasi sostenesse un AK-47 (non posso che pensare a “Il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia”), dando un’appendice visiva oltre che sonora ai suoi virtuosismi. Ero a Lisbona l’anno scorso: com’è che non ti ho vista? Ma il cantante in fondo è un’anima sensibile: il tutto non esula mai da territori latamente pop; il noise rimane uno spauracchio agitato sullo sfondo ma senza particolari conseguenze. Il via alle encore è dato da una piacevole versione acustica di ‘Swim and Sleep (Like A Shark)’ del solo Nielson e dalla ben nota ‘So Good At Being In Trouble’, per poi trovare un degno scioglimento con la finale ‘Boy Witch’, che chiude un’ora e un quarto circa di musica. Che dire? Band sicuramente valida e anche potente, ma senza essere mortalmente coinvolgente: tante anime in un sol corpo, che fanno un bel caleidoscopio ma a discapito dell’incisività, che potrebbe arrivare col tempo. L’anno prossimo a Porto ci sarà come sempre l’Optimus: chi viene?

Eugenio Zazzara

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