Unicum @ Chiesa Evangelica Metodista [Roma, 28/Gennaio/2014]

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È sempre un’impresa ardua cimentarsi nello scrivere di musica. E non solo perché chi scrive si ritrova spesso a dover fare i conti con lettori che coincidono con la figura del fan “fondamentalista”, o con intransigenti pseudo-musicologi dall’infinita (e stucchevole) saccenteria, per non parlare dei bastian-contrari professionisti, che leggono un articolo esclusivamente alla ricerca del cavillo, dell’errore (a volte inesistente) su cui aggrapparsi e costruire la loro posizione critica (spesso inconsistente). L’impresa è ardua per chi scrive, perché sovente è l’autore stesso a cercare una giustificazione al proprio lavoro, e sarò sincero ammettendo che non sempre è facile trovarne una. Eppure, nonostante non sembri una motivazione sufficiente a molti, esistono persone che scrivono di musica semplicemente perché si sentono appagati e gratificati dal farlo. È un modo come un altro per esprimere il proprio parere e la propria passione per la musica, senza pretenziosità di sorta, ed è da questo punto che mi accingo a narrare l’evento, il progetto Unicum (di nome e di fatto) che vede assieme sul palco mostri sacri come Roy Paci (tromba e flicorno), Thurston Moore (chitarra), Yannis Kyriakides (elettronica) e Andy Moor (chitarra baritono) ad inaugurare la rassegna “Chorde – suoni tra cielo e terra”, quest’anno trasformatasi in un vero e proprio festival, una cinque giorni che tra gli altri farà salire sul palco Cloud Boat, Hauschka, Emptyset e l’attesa coppia Teho Teardo & Blixa Bargeld (Einsturzende Neubauten), tutti accomunati dal sacro tema della sperimentazione sonora.

Obiettivo del progetto Unicum è, come da locandina, riprodurre in musica la “mandorla mistica” (vesica piscis), una figura geometrica che si forma tramite l’intersezione di due cerchi (qui) e che metaforicamente simboleggerebbe l’unione di due mondi distinti, la conciliazione tra gli opposti, una razionalità “paradossale”: in breve l’opera cosmica. Da profano, una presentazione tale non poteva che scoraggiarmi, e credo fermamente che la maggior parte dei presenti nella Chiesa Evangelica Metodista non avesse la più pallida idea di cosa fosse la mandorla mistica, né tantomeno potevano immaginare una sua messa in musica. Quindi, se la domanda fosse “son riusciti costoro a mettere in note la mandorla mistica?”, io, come molti, con tutta la sincerità del mondo risponderei “non lo so, credo di sì, in caso chiedete a quel buffone di Philippe Daverio” (qui c’è lo schema seguito dal quartetto). Ma veniamo alla serata in sé: l’incipit del concerto tarda ad arrivare a causa dei problemi tecnici in cui incappa Thurston Moore, sempre più dinoccolato che mai, il quale non riesce letteralmente a far suonare la sua chitarra. Dopo quasi dieci minuti di lavoro tra jack, pedaliere e ampli, si giunge finalmente alla tanto attesa performance. La base sonora è costituita dal noise delle due chitarre e dal lavoro al laptop di Kyriakides, mentre il tema più prettamente musicale viene eseguito da uno sfortunatissimo Roy Paci. Il background sonoro profondo e le luci che illuminano la location rimandano alle atmosfere che un certo tipo di industrial (i Throbbing Gristle di ‘Second Annual Report’ e i Current 93 di ‘Nature Unveiled’) proponeva tra i tardi ’70 ed i primi ’80, ma più per reazione emotiva che per reale cifra stilistica. Dicevo di uno sfortunatissimo Roy Paci, dato che a causa di qualche limite tecnico le sue sfiatate free jazz non riuscivano ad imporsi come dovuto, soprattutto quando il noise di fondo si faceva più prepotente e sostanzioso (nonostante abbia continuamente chiesto al fonico di alzargli il volume). E così, in una dilatazione sonora lunga poco più di un’ora, all’interno di una meravigliosa chiesa valdese, la ciclica alternanza tra luce ed ombra si compie, con la pretesa (a mio avviso riuscita) di accompagnare l’ascoltatore in un viaggio mistico alla ricerca di un’unità, di una concordantia oppositorum, che rappresentasse e sintetizzasse la dualità sonora tra la quiete (piano – shadow – spirit) e la tempesta (forte – light – matter), riuscendo a far coincidere la voglia di esperire col piacere dell’ascolto. Una serata evocativa densa di musica senza soluzione di continuità che, vista al di là degli attributi metaforici concessi dal sottoscritto, ha avuto il pregio di condensare in un’atmosfera torbidamente alienante il connubio tra musica e location, tra udito e vista. Le lugubri vetrate della chiesa si illuminavano assieme alla musica, e all’aumentare di questa diminuivano le ombre, lasciando la possibilità di scorgere frasi sulle pareti quali “sacro sacro sacro è l’esercito del signore”, che puntualmente stuzzicavano la mia emotività verso tempi lontani, i tempi delle Riforme. La musica, le luci, l’architettura, le vetrate: tutti questi addendi hanno prodotto una serata meravigliosa, unica, a prescindere dalla riuscita in sé del concerto (cosa, ripeto, a mio parere avvenuta). Uno strappo dalla realtà nato, cresciuto e morto in un’ora, per noi che eravamo presenti.

Stefano Ribeca