Underground Railroad: perché Parigi non suona solo cold wave

670

E  poi succede che un giorno per caso, intervistando proprio a Parigi un’emergente band italiana poco prima della loro esibizione al fantomatico Espace B (chi conosce le viuzze oscure del 19esimo arrodissement, forse capirà di che luogo stiamo parlando), si scopre con “triste meraviglia”, l’esistenza di un trio di parisiens, obbligato ad esiliare a Londra – proprio perché non in linea con gli standard di gradimento della Ville Lumière – ma in grado di offrire nuances noisy pop e grunge rock di tutto rispetto. Loro si chiamano Underground Railroad e anche se l’uscita del loro ultimo album data giugno 2011, il rispetto per la buona musica richiede tutta la necessaria attenzione e uno spazio di doveroso approfondimento in questa rubrica.

Innazitutto la lebel di produzione One little Indian. Per chi non fosse del settore, sarà sufficiente dire che si tratta di un’etichetta indipendente con sede a Londra, alla base del successo di artisti come Bjork ed oggi proprietaria di label un tempo prestigiose come Rough Trade e Clean-up Records. Poi il nome del gruppo: Underground Railroad. Un nome che racchiude in sé, quasi in senso profetico, il destino della band. Gli underground railroad erano infatti un groviglio di itinerari segreti e luoghi sicuri utilizzati dagli schiavi neri d’America nel XIX secolo per fuggire verso gli stati più liberi. Che i nostri Underground Railroad siano dunque costretti – per suonare e prodursi – a pellegrinare per sempre verso paesi più liberi e lontani dalle dinamiche della Ville Lumière? Probabilmente – e questa in fondo è gia storia del loro passato – si. Infine lato suono. Ma prima di tutto una premessa. E’ necessario sapere infatti – giusto per rendersi conto dello stato di cose – che all’indomani di uno dei loro ultimi concerti all’International di Parigi, gli Underground hanno dovuto esibirsi all’interno in una specie di gabbia di plexiglas perché altrimenti, il suono troppo elevato e violento, avrebbe potuto danneggiare le “raffinate” orecchie del sensibile pubblico; e se questo da un lato la dice lunga sulla violenza del sound, dall’altro chiarisce e lascia comprendere facilmente più che l’attitudine, la vera e propria inattitudine dell’audience parigina verso questo tipo di musica.

Per capire meglio invece le nuances degli Underground basterà dire che ascoltandoli è facile pensare ai The Kills, passando per i Garbage (nel trio infatti primeggia la voce femminile di Marion Andrau che si alterna a quella di Gavinet al basso e Raphael Mura alla batteria), Agnus e Julia Stone, Tame Impala e infine e addirittura i Radiohead. Ma è ovvio, che per scoprire questi rimandi, l’unica cosa più facile da faré è l’ascolto diretto e tra le best tracks da non perdere assolutamente è da includere: ‘8 Millimeteres’ (guarda) tratta dal loro ultimo album ‘White Night Stand’ e ‘Ginko Biloba’ (guarda) che vince già solo per titolo e aperture con effetti echeggianti in refrain, e poi ritornando un pò più sul rock arrabbiato ‘On the radio’ (guarda), tratto da uno dei loro lavori meno recenti ‘Twested Trees’ (2006), ma altrettanto interessante. Ultima curiosità: sbirciando sulla pagina facebook della band si scopre che prossimamente voleranno a Milano per raggiungere uno studio di registrazione nascosto tra le Alpi nostrane della band italiana Piactions. Che l’Italia – malgrado tutto – cominci ad entrare nel groviglio di reti dei paesi liberi in cui si può produrre tutta la buona musica senza distizione di generi? Se così fosse, ce n’è – per una volta – di che andare orgogliosi del nostro bel Paese.

Daniela Masella

danielamasella@gmail.com

twitter: mascia84