Uncle Acid and the Deadbeats + Scorpion Child @ Teatro Quirinetta [Roma, 24/Ottobre/2016]

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In apparenza la notte non sembra essere quella giusta, l’ingresso del Quirinetta non brulica di persone e penso alla pigrizia, che per i più per arrivare in pieno centro di lunedì sera ci debba essere davvero un valido motivo, altrimenti meglio stare a casa, invece appena entro nella sala concerti mi trovo di fronte ad un pubblico non “delle grandi occasioni” ma neppure così risibile. Meno male. Stanno suonando gli Scorpion Child, che sinceramente e con tutto l’affetto non aggiungono (ma neppure tolgono) nulla a quello che un appassionato dovrebbe aspettarsi da una band revival hard rock ’70, con conseguente susseguirsi di rimandi che vanno dai Black Sabbath ai Led Zeppelin e così via, proposto con uno spirito autentico che suscita comunque rispetto. Tutto viene interpretato molto bene e con più che discreta qualità, sia individuale che di insieme, ma senza mai davvero sorprendere con qualcosa che esca dagli schemi; tra tutti spicca l’ultimo brano eseguito, con al suo interno una lunga coda psichedelica, particolarmente  degna di nota e che lascia un buon sapore nelle orecchie prima del cambio di palco.

Quando salgono sul palco Uncle Acid and the Deadbeats si ha subito la percezione che la storia di lì a poco cambierà. Non che gli Scorpion Child abbiano demeritato, ma basta poco per capire che la band headliner è di tutt’altra pasta. La band di Cambridge infatti, nonostante tocchi peculiarità tipiche del classic rock, classic metal, classic un po’ tutto in realtà, non affonda mai troppo nello stereotipo e riesce a proporre un “potpourri” ben bilanciato. Il fatto che ci siano più persone con la maglietta dei Black Sabbath che ad un concerto dei Black Sabbath può dare una grossa mano nel far intuire il tipo di atmosfera su cui la band inglese, giunta al suo quarto album (‘The Night Creeper’, 2015), va a parare. Per quanto la timbrica vocale di Kevin Starrs (anche chitarrista solista,) tenda vertiginosamente ad assomigliare a quella di Ozzy Osbourne, la band riesce a ergersi ad un livello superiore rispetto a quello di molti altri progetti dal sound similare, grazie anche all’aggiunta di elementi sia doom che stoner, con una profonda ma comunque forte radice blues. Quando canta Starrs è quasi sempre assistito anche da Yotam Rubinger (chitarra ritmica), che lo accompagna utilizzando praticamente le stesse linee melodiche ed un timbro molto simile, creando un ottimo effetto quando vanno all’unisono. La performance è impetuosa, il pubblico è distribuito a maglie larghe ma, nonostante non sia nutritissimo, il colpo d’occhio è buono. Gli Uncle Acid non sembrano avere l’aria di chi stia facendo il concerto della vita, il mood sul palco sembrerebbe più essere da “ordinaria amministrazione” ma la folla è comunque entusiasta e questo la dice lunga pure dal punto di vista dello “standard medio” di questo gruppo la cui maturità è ormai palpabile e che è destinata a diventare un nome “pesante” sulla scena. Tra i passaggi più trascinanti c’è sicuramente la sequenza di brani ‘Mind Crawler’, ‘Over And Over Again’, ‘Dead Eyes Of London’ (questa tratta dal primissimo lavoro, ‘Vol. 1’ del 2010), degna di nota anche l’ultima prima dei bis, la lunga e lisergica ‘Slow Death’. Al netto del fatto che chi sta scrivendo ormai trova difficile entusiasmarsi più di tanto per band di estrazione revival che, seppur facciano bene quello che propongono, poco aggiungono a quello che si è già ampiamente sentito in passato, gli Uncle Acid and the Deadbeats si segnalano come eccezione che conferma la regola, una proposta validissima e che senz’ombra di dubbio non si fa parlare dietro, mescolando sì ingredienti noti, ma con un’ispirazione ed un gusto particolarmente efficaci.

Niccolò Matteucci

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