Unaltrofestival @ Fiera District [Bologna, 14-15/Luglio/2014]

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Abbandonare Roma proprio nei due giorni in cui la Cavea dell’Auditorium ospita i Kraftwerk e Damon Albarn è probabilmente cosa da pazzi, ma un po’ di sana follia nella vita concertistica non guasta mai. Per questo, trolley alla mano, lasciamo la Capitale alla volta di Bologna per Unaltrofestival. Quest’anno la rassegna si è geograficamente sdoppiata: la stessa line-up si alterna in due lunghe serate tra il Fiera District emiliano e il Magnolia di Milano, con una formula che ricorda da vicino i festival inglesi di Reading e Leeds o il fu-Summercase tra Madrid e Barcellona. Per quanto concerne la proposta musicale, il primo giorno (bolognese) ha schierato gli alfieri della neo-psichedelia inglese (The Horrors, Temples, Telegram), guidati dai redivivi The Dandy Warhols e accompagnati dagli italiani Foxhound. In un panorama sonoro simile verrebbe da considerare grandi assenti i TOY, ma delle loro poco più tarde gesta romane leggerete su questo sito. La seconda giornata, invece, ha virato verso sonorità più pop ed elettroniche con MGMT e Panda Bear e ha messo in mostra l’eccellenza del “made in Italy” da esportazione con His Clancyness ed M+A.

Bologna la Grassa accoglie con un nubifragio il nostro arrivo, ritardato di una mezz’ora abbondante dalla sempreverde Trenitalia. Pertanto raggiungiamo l’inedita location del Fiera District quando, a nubi finalmente lontane e con l’arcobaleno in cielo, i Foxhound hanno già terminato la loro esibizione, con nostro sommo rammarico per non aver saggiato le doti dal vivo di una band che, soprattutto col secondo disco ‘In Primavera’, ci ha regalato ottime impressioni. Sul palco, invece, troviamo i londinesi Telegram, quartetto di ottime speranze che stilisticamente si inserisce a pieno nel filone in cui The Horrors, TOY e Temples hanno scritto belle pagine nell’ultimo lustro. In attesa del disco di debutto, assistiamo all’esecuzione di alcuni dei brani già ascoltati tra Soundcloud, Spotify & co., tra cui il contagioso singolo ‘Follow’. L’impressione è che dal vivo venga fuori il lato più rock e viscerale della proposta, mentre resti più soffocata la componente psych. Un’ottima prova, in ogni caso, che ci permette con sicurezza di includere il quartetto tra le next big thing dei prossimi mesi. Lodi al baffo del chitarrista solista e al look vintage. Dei Temples vi abbiamo già parlato in occasione del loro concerto a Bruxelles (leggi) e del Day 0 del Primavera Sound (leggi). Lo show di Unaltrofestival è speculare a quello della rassegna di Barcellona, a partire dalla scaletta: partenza affidata a ‘Colours To Life’, chiusura con ‘Shelter Song’. Nel mezzo gli ottimi brani dell’esordio ‘Sun Structures’, a cui aggiungere la consueta, ottima b-side ‘Ankh’ (perché non l’hanno inserita nel disco?) e una inedita coda strumentale per ‘Mesmerise’. A cambiare, invece, sono la qualità dei suoni e la prova sul palco, minata da una serie di problemi di volume che hanno costretto più volte il frontman James Edward Bagshaw a dare indicazioni ai fonici. Nonostante qualche minima imprecisione nell’esecuzione, i Temples si confermano capaci di replicare dal vivo la qualità del disco, forti di una serie di brani ottimamente arrangiati e di immediato impatto. Non a caso il pubblico bolognese sembra aver ben metabolizzato ‘Sun Structures’, al punto da cantare i ritornelli dei pezzi o da accoglierne calorosamente gli incipit. Salvo deviazioni da non auspicare, la strada per gli inglesi è tutta in discesa.

Una piadina rucola, crudo e fontina (grande assente lo squacquerone) accompagnata dalle amate note di ‘Anemone’ dei The Brian Jonestown Massacre e ‘Higher Than The Sun’ dei Primal Scream ed è quindi tempo dei The Horrors, probabilmente l’act più atteso di giornata. Degli esordi con ‘Strange House’ ormai non v’è più traccia: il garage-punk di scuola Fuzztones con cui si imposero alle orecchie del pubblico nel 2007 è ormai una pratica definitivamente archiviata (‘Sheena Is A Parasite’ o ‘Count In Fives’ non trovano posto in scaletta da tempo). Con i successivi ‘Primary Colours’, ‘Skying’ e il recentissimo ‘Luminous’ la band di Southend-on-Sea ha preso ben altre direzioni, incanalando influenze shoegaze, goth e, soprattutto, psych. Il risultato è da applausi, disco dopo disco. Avvolti in una nube di fumo dalle tinte bluastre, gli inglesi capitanati dallo spilungone Faris Badwan concentrano la propria esibizione sull’ultima fatica, senza però dimenticare pezzi come ‘Mirror’s Image’, ‘Who Can Say’ o ‘Endless Blue’ (su cui il frontman si toglie la giacca di pelle). Tanto freddi e distaccati quanto capaci tecnicamente, i The Horrors si impongono anche dal vivo come una delle più brillanti e camaleontiche realtà che Albione ci abbia offerto negli ultimi anni, grazie a gioielli musicali capaci di sintetizzare con abilità psichedelia, pop e atmosfere dreamy. La chiusura affidata alla doppietta ‘Still Life’/‘I See You’ è magistrale. In alto i cuori. La chiusura della prima giornata di festival, affidata ai The Dandy Warhols, è un capitolo a parte di questo racconto. Passata alla storia per i due singoloni ‘Bohemian Like You’ (contenuto nell’eccelso ‘Thirteen Tales From Urban Bohemia’) e ‘We Used To Be Friends’ (la svolta synth-pop del discreto ‘Welcome To The Monkey House’) nonché per la storia d’amore e d’odio con i The Brian Jonestown Massacre raccontata nel documentario “Dig!”, è praticamente da un decennio che la band di Courtney Taylor-Taylor non ci regala dischi di alto livello, vivendo nell’ombra degli esordi, apparentemente smarrito lo smalto compositivo di un tempo. Ciononostante l’attesa per l’esibizione è tanta: emozioni facili al cospetto di un affetto intaccato negli anni ma in fondo imperituro. L’ingresso dei quattro americani è sobrio, il frontman esibisce dispensabili treccine alla Pocahontas. Si parte con ‘Mohammed’ prima di dare in pasto ai fan l’uno-due ‘We Used To Be Friends’/‘Not If You Were The Last Junkie On Earth’. La band appare rilassata, Courtney saluta i presenti con un “buona-fuckin’-sera’. Eccezion fatta per la recente ‘Sad Vacation’ (l’unico pezzo in cui la tastierista Zia McCabe imbraccia il basso) e per ‘You Were The Last High’, tutti i brani eseguiti risalgono al periodo d’oro 1995-2001 e ai tre album ‘Dandys Rule OK’, ‘…The Dandy Warhols Come Down’ e ‘Thirteen Tales From Urban Bohemia’: esattamente ciò che avremmo voluto ascoltare. Pezzi come ‘Ride’, ‘Be-in’, ‘I Love You’ o una ‘(Tony, This Song Is Called) Lou Weed’ richiesta da uno dei presenti ci ricordano che gran gruppo fossero i Dandy Warhols degli inizi. Impossibile resistere alla catchy ‘Bohemian Like You’ o alle coeve ‘Get Off’ e ‘Godless’, nella quale i fiati del disco vengono sostituiti dai coretti della band. La chiusura è affidata ad un efficace medley di ‘Pete International Airport’ e ‘Boys Better’. La voce di Courtney è usurata dal tempo, ma quello che colpisce dei Dandy Warhols di oggi è un’umiltà che sembra lontana anni luce dai proclami di grandeur del passato. Come se volessero farsi perdonare le incertezze e i fallimenti, regalando il meglio del loro meglio. Ah, quanto vorremmo finalmente un loro colpo di coda.

Il secondo giorno di Unaltrofestival è baciato dal sole e da un cielo limpido. Dopo una giornata passata tra i portici del centro, con pausa pranzo all’immortale Osteria dell’Orsa, una capatina al negozio di dischi Semm (unico acquisto: picture-LP di ‘Thirteen Tales From Urban Bohemia’ dei suddetti Dandy Warhols) e il piacere di girare con tranquillità in una città a misura d’uomo (meglio evitare impietosi paragoni con la Capitale), torniamo in un Fiera District più nutrito a livello di presenze, dove a dare il via alla serata ci sono i Kuroma, la band composta dai turnisti de(gl)i MGMT. L’esibizione è scialba, la proposta incolore e amorfa. Poco da salvare, li dimenticheremo con facilità. Tocca quindi ai forlivesi M+A, primo dei due act italiani del giorno, regalare uno dei primi momenti top del giorno. Reduci dall’esibizione a Glastonbury, il duo si presenta sul palco di Unaltrofestival accompagnato dal collaboratore Marco Frattini e con le tre postazioni di synth e/o percussioni contornate da piante. Il sound degli M+A è fresco e miete con facilità vittime tra gli astanti: un mix irrefrenabile di pop, elettronica, ritmi tropicali e nu jazz. ‘When’ o ‘Down The West Side’ sono hit per l’estate. C’è ancora qualcosa da migliorare in sede live ma sono quisquilie in confronto alla maturità compositiva che i forlivesi hanno raggiunto. Guardando il live degli M+A si ha la consapevolezza di avere di fronte una band destinata a un’ulteriore crescita qualitativa, a cui speriamo si affianchi un maggior successo in patria. Con un lancio di fiori si chiude l’esibizione e spetta agli His Clancyness fare gli onori di casa e presentare un altro bel caso di musica italiana da esportazione. I brani di ‘Vicious’ si alternano ad estratti del recentissimo passato (‘What Fury Can’t Say’) in un’esibizione estremamente coinvolgente. Il quartetto è affiatato e ben rodato, i brani filano via sconquassanti come un treno e la voce di Jonathan Clancy è sempre deliziosa. Siamo ancora più convinti – non ce ne vogliano gli A Classic Education – che con gli His Clancyness il canadese ormai italiano d’adozione abbia trovato definitivamente la sua miglior dimensione. Avanti tutta. La pausa piadina ci regala finalmente l’emozione dello squacquerone e rende più gustosa l’attesa per l’arrivo di Panda Bear aka Noah Benjamin Lennox degli Animal Collective. Ad attenderlo sul palco una semplice postazione centrale coi synth e una cascata di cavi. Sullo sfondo per l’intera esibizione vengono proiettati i visuals ora accattivanti ora urtanti che comprendono bocche di squalo, una lolita provocante che lecca un gelato, danzanti donne rasate, in tonalità cromatiche che privilegiano blu, rossi e accostamenti zebrati. Noah al centro sembra fluttuare, pronto a decollare insieme ai presenti in trance. La lisergica esibizione riassume in 40 minuti le inequivocabili qualità di un artista coraggioso e talentuoso, il cui merito innegabile è quello di aver anticipato, sia con i lavori solisti sia con quelli che fanno riferimento alla sua band principale, le sonorità liquide della psichedelia pop che oggi impera.

Dulcis in fundo, gli MGMT di Benjamin Goldwasser e Andrew VanWyngraden. Dallo strepitoso debutto ‘Oracular Spectacular’ sono trascorsi 7 anni e nel frattempo, passata da duo a sestetto (ma si sa chi comanda), la band americana ha dato alle stampe due ulteriori album, il buon ‘Congratulations’ e il pessimo omonimo, giudicato anche in questa sede come una delle opere peggiori pubblicate nel 2013. Ciononostante, il talento degli MGMT viene fuori in un live godibile, in più punti superlativo, in altri più opaco. I sei fanno il loro ingresso introdotti da una voce che trionfalmente annuncia: “Ladies and gentlemen, this is MGMT”. All’ultimo disco vengono fortunatamente riservate solo tre concessioni (il secondo bis ‘Alien Days’, ‘Cool Song No. 2’ e la cover dei Fain Jade ‘Introspection’, su cui Andrew si diverte con una microcamera a riprendersi e riprendere i suoi compagni di band e il pubblico, mentre il risultato è proiettato sul maxischermo), una in più invece a ‘Congratulations’. ‘Oracular Spectacular’ è ovviamente il forziere più saccheggiato e gemme come l’iniziale ‘Weekend Wars’, ‘Time To Pretend’ o ‘Electric Feel’ mandano in visibilio i presenti. C’è spazio anche per un’ottima reinterpretazione di ‘Don’t Bring Harry’ dei The Stranglers. Il concerto può essere facilmente sintetizzato nell’ambivalenza ‘Siberian Breaks’/‘Kids’: mentre il primo brano risuona smorto e soporifero, il secondo invece è semplicemente devastante, arricchito da una lunga coda strumentale di stampo funky che vede uno dei roadie della band contribuire a danze e percussioni. Ritrovando la retta via anche su disco, un live degli MGMT potrebbe passare da “figo” a “strepitoso”. I due bis conclusivi – oltre alla succitata ‘Alien Days’ c’è anche ‘Flash Delirium’ – mandano a letto il soddisfatto pubblico di Unaltrofestival, dando l’appuntamento alla prossima edizione.

Livio Ghilardi

Twitter: @livioghilardi

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