Un Mondo Raro (Fabrizio Cammarata & Dimartino) @ Off/Off Theatre [Roma, 16 /Gennaio/ 2018]

762

Prendete due cantautori di quelli bravi, di quelli che hanno i contenuti e la raffinatezza giusta per esprimerli. Fate in modo che incontrino la storia incredibile di un’artista apparentemente lontana da loro e se ne innamorino perdutamente. Una cantante dal grande carisma, che è stata prima di tutto un essere umano, dotata d’un fascino fragile, fiero e risoluto e che risponde al nome di Chavela Vargas. Nata in Costa Rica nel 1919, ma messicana d’adozione, ha vissuto un’esistenza estrema nella ricerca della libertà e dell’amore, quello per la musica, per le persone e per la terra. La stessa vita ne ha affermato il mito, anche oltre la morte avvenuta nel 2012. Viene ricordata non solo per le numerose pubblicazioni discografiche, ma anche per essere stata una profonda agitatrice culturale del proprio tempo, oltre che l’amante di Frida Khalo. Dopo vent’anni d’assenza dalle scene e dalla vita pubblica, è stata riscoperta in tarda età anche grazie all’opera dei registi Pedro Almodòvar e Werner Herzog. Ha vissuto a fondo la propria omosessualità e le storie di confine, Il canto e la letteratura, la solitudine e l’alcolismo, l’arte e la spiritualità. Una voce profonda e magnetica, una grande interprete dell’inquietudine e del desiderio della vita reale. Una visione della musica ranchera, spogliata di ogni stereotipo folkloristico, incarnando tutta la viscerale comunicazione testuale e performativa che la caratterizza. Non sorprende quindi che Fabrizio Cammarata e Antonio Di Martino, due palermitani tra le migliori espressioni della vivace scena musicale italiana, esuli dalle reciproche esperienze soliste, abbiano deciso di cimentarsi con sensibilità e dedizione nel ripercorrere la vita della Vargas. Un progetto che ha visto la pubblicazione di un libro ed un disco, entrambi nel gennaio del 2017, elementi che vengono fusi nel formare il contenuto dello spettacolo teatrale. Il titolo di tutta l’operazione è “Un Mondo Raro” e si riferisce ad una delle composizioni più famose interpretate da Chavela, che si erige a metafora di tutta la sua produzione. I brani del disco vengono incisi insieme ai Macorinos, ovvero i chitarristi che suonarono con lei. Inoltre le traduzioni in italiano dei testi sono il più possibile fedeli agli originali, per mantenerne intatto l’equilibrio. Il libro è ricco d’aneddoti, da quelli più spiritosi ad altri più intimi, narrati sempre con assoluto rispetto. Testimonianze raccolte durante i viaggi nei luoghi in cui la Vargas ha vissuto, diventando un vero e proprio simbolo sotterraneo della cultura dell’America Latina.

La trasposizione teatrale ha richiesto diverso tempo per essere ultimata. Una prima stesura esclusivamente musicale viene presentata al Monk nell’ottobre del 2016 per Roma Europa Festival, con l’ausilio di altri tre strumentisti. Con l’aggiunta dei racconti tratti dal libro e l’aiuto del talentuoso regista palermitano Giuseppe Provinzano, s’è trasformata progressivamente in un affare assolutamente privato, in cui i due sono gli unici protagonisti in scena. Ne abbiamo avuto prova al Quirinetta nell’aprile del 2017 e da allora lo spettacolo è ulteriormente rodato, modificando alcuni elementi e sviluppandosi soprattutto nei teatri. Un lavoro notevole dei protagonisti, sempre più a loro agio nelle diverse fasi della narrazione. La scenografia è semplice: due sedie, due chitarre, il pupo con Chavela anziana appeso nel centro del fondale, e due valige contenenti il pupo della Khalo e quello della Vargas giovane. Le luci sono semplici e minimali, con puntamenti fissi su Fabrizio, Antonio e i pupi. L’aspetto musicale è chiaramente quello a loro più congeniale. Armati di sole voci e chitarre acustiche, ripropongono egregiamente alcuni brani presenti nel disco: “Non Tornerò”, “Pensami”, “Macorina”, “Croce d’Addio”, “Un Mondo Raro” e “Le Cose Semplici”. Chiaramente non manca una splendida versione di Cammarata per solo voce de “La Llorona”, brano da cui tutto ciò è scaturito e che è presente nel suo repertorio solista già da diverso tempo. Il racconto parlato si sviluppa in una sorta di dialogo continuo tra Palermo e Città del Messico e si è scrollato di dosso le timide esitazioni dei primi tempi. Il tutto prende spunto dalla data del due novembre, cara sia nell’immaginario della Vargas che in quello della terra natia dei due artisti. Una data fortemente simbolica, in cui la morte assume un senso quasi di celebrazione, che conserva riti fortemente metaforici, come quello di gettare della tequila a terra per soddisfare la sete dei defunti. Questa data è il filo conduttore dello spettacolo e segna gli aneddoti importanti della vita della sciamana dal poncho rosso. L’incontro con Frida Khalo, l’esordio musicale alla Loteria Nacional, l’amicizia con Josè Alfredo Jimenez e poi altri ancora, fino all’intervista a Mercedes Sosa, che ne ha spinto la resurrezione dall’oblio in cui si era confinata. Non li citerò tutti e non li svelerò nei particolari, per non togliere il gusto a chi vuole di scoprirli da sè. La fase relativa alla recitazione gestuale e al teatro di figura, è quella che presenta qualche minima sbavatura, ricordandoci che in fondo i due non sono degli attori. Eppure il loro immedesimarsi nella parte è così spontaneo e genuino, da appagare la curiosità e le aspettative dello spettatore, così come accade nel concitato tango finale. La trovata d’utilizzare dei pupi siciliani per rappresentare Chavela sia giovane che vecchia, ma anche Frida e Josèlito, sottolinea ancor di più le connessioni tra la storia della Vargas e quella di coloro che la narrano. Perchè si tratta di riuscire a raccontare una storia nel miglior modo possibile. Una plauso particolare a Francesco Vitaliti, che si prodiga da fonico e da luciaio, gestendo anche i vari contributi audio nel modo più opportuno alla narrazione. Un atto unico di settantacinque minuti, che si conclude con due ulteriori bis musicali. Il primo è una bella versione di “Andiamo Via”, mentre il secondo è un riadattamento mariachi particolarmente riuscito del classico “Vitti Na Crozza”, che viene tradotto in spagnolo per l’occasione. La conferma definitiva del legame evidenziato nella performance e versione molto apprezzata dal pubblico, che batte le mani a tempo sul coro finale. Lo spettacolo rimane in cartellone a Roma fino a questa domenica e poi magari lo troverete altrove. Fatevi un regalo, andatelo a vedere.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore