Umberto Maria Giardini @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Ottobre/2012]

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Umberto Maria Giardini sottovalutato, poco fortunato, atteso. Tornato a sorpresa dopo aver seppellito l’alias Moltheni. Nuova immagine, nuova tristezza e tanti rimpianti/rimorsi nelle atmosfere attuali. Detta così sembra una cosa molto brutta, invece la sofferenza ha una potentissima forza evocativa che esce alla grande dalla voce rotta in un miliardo di tonnellate di riverbero. Alle 22.30 la sala ha solo un centinaio di spettatori ma alle 22.35 il numero è quadruplicato. Umberto entra tra gli applausi con una orribile magliettina attillata rossa decorata con disegni di glitter e paillettes a metà tra Marc Bolan e uno dei Power Ranger. Manca il basso. Il bassista moltheniano, Giacomo Fiorenza, è stato dirottato a fare il fonico. E le frequenze basse sono ad appannaggio del piano Rhodes e dell’Hammond di Giovanni Parmegiani; completano la formazione i bottleneck delle chitarre di Marco Maracas e Christian Franchi alla batteria.

La scaletta prevede tutto questo primo/ultimo disco (inclusa ‘Fortuna, ora’ che è stata scartata all’ultimo e si trova solo nella versione promozionale per i giornalisti, forse elimintata perché l’inizio ricorda da lontano la vecchia ‘Misma’) e solo tre ripescaggi dal repertorio precedente annunciati con “vi facciamo un pezzo vecchio, volete?” ovverosia ‘Verano’ (nel bis) e ‘In porpora’, quest’ultima giocata a metà serata subito dopo un trittico di tre pezzi forti tra i nuovi (‘Anni luce’ sublime per romanticismo, ‘Discographia’ elegante invettiva contro il mercato della musica nostrana, e la strumentale ‘Il desiderio preso per la coda’). La seconda parte del concerto vede una dopo l’altra ‘Saga’, il nuovo singolo ‘Quasi Nirvana’, l’altro ripescaggio il tango ‘L’alba, la notte e l’inferno’ da ‘Toilette Memoria’ che però in pochissimi cantano e conoscono, poi a chiudere in crescendo ‘Genesi e Mail’ e l’attesa ‘Il trionfo dei tuoi occhi’ uno dei pezzi migliori del nuovo album. Per il bis Umberto Maria introduce una canzone strumentale scritta il giorno prima durante il soundcheck (sul pavimento del palco ci sono appuntati gli accordi della nuova composizione), e invita il pubblico nel post concerto a proporre personalmente un titolo per questo brano, poi come detto ‘Verano’ disattendendo il grido “Umberto facce cantà” lanciato dal pubblico, con quei profumi dal passato che, occhi chiusi e testa lontana, proiettano Umberto quasi al limite della lacrima, poi tornato qui dice: “chissà tra quanto tempo ci rivedremo, mi girano i coglioni, mi spiace” e attacca la finale ‘Il sentimento del tempo’ il pezzo più veloce dei nuovi 12, almeno nell’apertura al sapore di progressive. 10 euro il concerto, 13 il CD e 18 il vinile sono prezzi onesti per un lavoro di tale qualità, scarno, lento, con testi fatti di poche frasi, nulla in più di quello che serve per arrivare a quelli che hanno sempre seguito Moltheni e che si ritrovano un disco che a mio parere sarebbe potuto tranquillamente essere il settimo album d’inediti della vecchia carriera. Inserirlo nel novero dei nuovi cantautori italiani sarebbe un torto alla sua età, alla sua vecchia carriera, alle sue capacità canore, ai suoni scarni e per niente finti del suo nuovo lavoro, al suo scrivere mai prolisso, al suo mettere le sue storie d’amore, nude, al centro dei discorsi. Quando le grandi masse si accorgeranno di lui sarà troppo tardi.

Giovanni Cerro