Ulver @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Febbraio/2014]

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Gli Ulver non sono musicalmente definibili, balck metal prima, contaminazioni trip-hop poi, elettronica e una certa “spiritual wave” in ultimo. E lo spettacolo offerto al Circolo degli Artisti è il degno risultato di una band che sperimenta e offre nuovi scenari non sempre all’altezza delle aspettative del suo eterogeneo pubblico: ma in fondo si sa, chi vuole diversificarsi non può rispondere alle attese precodificate in tema di genere e stili e il rischio di destare più di qualche e pesante delusione è un dato di fatto che deve essere preso in carico. E così suscita quasi tenerezza vedere autentici metallari, quelli da cintura a borchie, anfibi e giacche in pelle con toppette di un certo livello selettivo, presenziare una serata in cui i suoni filtrati da Mac la faranno da padrone. Così come stringe il cuore sentire la voce di un ragazzo disperato gridare a squarcia gola tra un pezzo e l’altro “Ulver! Ulver! Ulver! Ulver!”, come se invece di fomentare il gruppo, stesse quasi invocando invano il ritorno ad un passato glorioso fatto di strumenti e canzoni intonate a voce anziché console, ripetizioni droniche, synth e varie. Ma lo scenario così prospettatosi nelle prime fasi del concerto non è stato poi altrettanto grave come lasciava presagire. Certo forse del black metal delle origini agli Ulver sono rimaste solo ed esclusivamente le lungaggini e i virtuosismi “strumentali”, ma dopotutto la qualità c’è e anche se domenica ha forse tardato a farsi sentire, possiamo assicurare che il miracolo ha preso forma e sostanza al vibrare nell’aria delle prime note di ‘Glamour Box’ (Ostinati), forse uno dei brani meglio riusciti degli Ulver dell’utimo periodo. E quello che in un ascolto domestico potrebbe sembrare una semplice variazione di ritmi e toni, in live diventa coinvolgimento totale, spostamento di volumi mastodontici, pilastri enormi fatti di musica che sembrano essere mossi dai 4 (a volte 5) Ulver da un lato ad un altro di un perimetro ben definito. Nota di merito infine per il vero “maitre de ceremonie”, ovvero Tore Ylwizaker alle tastiere, su scena con uno stile più da vecchio signore per bene che lupo da elettronica-ambient norvegese. Meno simpatica l’attitudine di Kristoffer Rygg, voce e frontman della band, che con cappellino in lana, braccia tatuate e una certa stazza da Mr T di “A-Team”, emanava distacco, superiorità e quel tipico fare di chi sa tutto, forse aggravato da un qualche disturbo e/o disagio tecnico che però non c’è dato sapere. L’unica cosa che sappiamo è che, senza ombra di dubbio, per quanta antipatia Kristoffer abbia potuto emanare, la sua capacità e bravura vocale, incanta e seduce non appena intona pezzi come ‘Nowhere/Catastrophe’ e si lascia andare su improvvisazioni veramente ben riuscite. In sostanza dunque nulla da aggiungere o criticare. Gli Ulver hanno scelto il non facile cammino del divenire e della trasformazione e che questa sia allora la lora strada, forse più sensato sarebbe  prendere in seria considerazione un cambiamento di nome: i lupi norvegesi sembrano ormai da tempo aver lasciato il posto a ben più sofisticati ricercatori metropolitani.

Daniela Masella

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