Ultrasuoni Festival Day 2 [Roma, 13/Ottobre/2012]

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Mi reco alla seconda serata di Ultrasuoni con le migliori intenzioni. Mi dico che sì, riuscirò ad arrivare presto, ad affacciarmi un po’ in tutti i locali, in fondo perché non dovrei sfruttare tutto il potenziale offertomi dalla serata? Ma sappiamo bene che i buoni propositi spesso rimangono, per l’appunto, solo tali.  Arrivo al Circolo degli Artisti e già stanno suonando These Reigning Days. Noto immediatamente che l’affluenza, probabilmente grazie al blasone di Ian McCulloch e compagni, è decisamente migliore rispetto alla giornata di venerdì. Il pubblico è tanto e sembra abbastanza preso dalla performance del trio inglese. Io rimango sinceramente sconcertato dall’entusiasmo generale per questa band che ha all’attivo solo due singoli, e per il loro indie-rock  oscuro per bambini – oscuri come gli HIM per capirsi – con qualche tinta synth ed electro. Veramente poca, poca cosa.

Si parlava di buoni propositi non rispettati. Ecco, uscito per una boccata d’aria, decido che non vedrò i miei amici che suonano, che non andrò all’Hoola Hop e all’Alvarado Street, e che dai Madrid in poi io starò sotto il palco in prima fila in attesa religiosa di vedere Ian McCulloch nei suoi occhiali scuri, e Will Sergeant impugnare la sua chitarra. Punto e fine. Maturata la mia scelta, mi posiziono sotto il palco, leggermente sulla sinistra, sperando che Sergeant si metterà a suonare proprio da quella parte. Intanto guadagnano la scena i Madrid. Scopro che sono un duo di San Paolo, formato da Marina Vello (voce e chitarra, già nei Bonde do Role) e Adriano Cintra (voce e tastiere, già nei CSS) e non il gruppo elettronico canadese a cui avevo dato un ascolto rapido prima del concerto. Poco male, mi dico, neanche mi erano piaciuti. In attesa che la voce del gruppo accordi la chitarra, il tastierista riesce a tenere il palco con qualche battuta simpatica anche se non particolarmente brillante. Quando attaccano viene proiettato un batterista incappucciato che mima perfettamente a tempo i loop della batteria: una trovata originale e divertente. La band non mi convince pienamente, alterna momenti ottimi, soprattutto quando canta Marina, e quando la band si muove su territori più cupi, ad altri decisamente scadenti. Nel complesso una prestazione gradevole ma non entusiasmante.

L’ora successiva è una spasmodica attesa per quegli Echo & The Bunnymen che riescono finalmente a riempire la sala del Circolo degli Artisti. Quando vedo accordare una Jaguar rossa di fronte a me capisco che ho azzeccato la posizione, sarò fra McCulloch e Sergenat, gli unici due membri rimasti della formazione originale, quella dei meravigliosi ‘Crocodiles’, ‘Heaven Up Here’ e ‘Ocean Rain’. Il palco viene riempito dai rodies della band con tantissime bottigliette d’acqua, vino, birre e da una confezione di latte in bottiglia all’interno di una ciotola piena di ghiaccio. L’entrata della band è subito trionfale, con il classico ‘Going Up’, seguita da ‘Rescue’. Facile entusiasmarsi immediatamente, e rimanere stregati di fronte alla carismatica figura di McCulloch, ancora dotato della sua meravigliosa e inconfondibile voce. La girandola di classici è interminabile: ‘Do it Clean’, ma soprattutto ‘Villiars Terrace’, che scioglie anche gli osservatori più severi. A questa viene accoppiata la cover del classico ‘Roadhouse Blues’, uno di quei pezzi brutalmente coverizzati da ogni band da sagra della porchetta, che in questa occasione riesce a mantenere l’immensa carica emotiva dell’originale. Inutile dire quanto sia meraviglioso dopo tale doppietta ripartire dalla monumentale ‘Seven Seas’. Ian McCulloch beve latte, fuma sigarette e ascolta divertito le richieste del pubblico che urla confusamente titoli di classici della band. La scaletta soddisfa tutti: anche se mancano ‘Pictures on my Wall’ , ‘Silver’ e ‘Over the Wall’, c’è spazio per ‘All that Jazz’, ‘The Cutter’ è l’immancabile ‘The Killing Moon’, intonata da quasi tutto il pubblico. Il difficile ruolo di primo bis tocca a ‘Nothing Lasts Forever’, simbolo della reunion fra Sergeant e McCulloch nell’ormai lontano 1997, anche questa accoppiata a un altro classico del rock, la loureediana ‘Walk on the Wild Side’. Esattamente come era successo per ‘Roadhouse Blues’, il pezzo è assolutamente nelle corde del cantante di Liverpool, che regala un’altra bellissima interpretazione. La chiusura dello show è ‘Lips Like Sugar’, eccellente singolo del discusso omonimo disco della band. Esattamente un’ora e mezza per questo tuffo nel tempo, un’esperienza che fino a poco tempo fa solo immaginavo.

Luigi Costanzo