Ulan Bator + Moka @ Circolo degli Artisti [Roma, 4/Giugno/2003]

405

La serata è afosa e la sala interna del Circolo è deserta. C’è persino da chiedersi se abbiamo sbagliato serata. Ma appena i Moka (band del giro Polyester) cominciano ad intessere le loro trame chitarristiche, eccola riempirsi improvvisamente. Il pubblico si lascia ipnotizzare dalle melancoliche e tentacolari diramazioni strumentali del combo romano, impegnato nella riproduzione di un sound maturo, frutto di una fermentata e piena gestazione post rock. I loro ossessivi e lisergici giochi di dinamica rimandano quanto più non si potrebbe agli scozzesi Mogwai, o ai loro principali referenti italici, i (primi) Giardini di Mirò; stante la, pur evidente, referenzialità, i Moka non sono semplici esecutori, quanto dei prosecutori perfetti di un gergo di dilagante liquidità che ha fatto scuola un po’ ovunque. Il live set è intenso, coinvolgente, con scenografiche video-proiezioni stranianti davvero ben concepite; investe con onde di crescendo, maree di sound molto curato. Un complesso che, se pur non originalissimo, propone musica di alto profilo (scusate se è poco).

Gli Ulan Bator, invece, si rivelano più solidi e meno circonvoluti del previsto, esibendo un’attitudine tutto sommato più noise che post. La band è originaria della Francia ed ha all’attivo cinque lavori tra cui l’ultimo ‘Nouvel Air’, uscito quest’anno prodotto da Robin Guthrie dei Cocteau Twins e con la parte grafica realizzata usando dipinti di Andy dei Bluvertigo. L’esibizione incomincia in maniera non troppo entusiasmante, con pezzi simil-cantautorali piuttosto monotoni e la lagnosa voce francese di Amaury Cambuzat in sottotono. Ma, come spesso accade, scaldati i muscoli, dopo la prima mezz’ora la situazione decolla decisamente verso lidi più felici. Il suono si fa più compatto ed esplodente e quando si comincia ad inserire l’organo elettrico, in un brano che principia ricordando addirittura Dj Shadow, l’estetica noise declinata con scuro gusto continentale si fa pienamente appagante. Da rilevare, oltre alla presenza dell’ex Massimo Volume Egle Sommacal alla seconda chitarra, la fenomenale sezione ritmica, con un bassista (Manuel Fabbro) completamente andato, potente, secco e obliquo come piace al sottoscritto, e un batterista (Matteo Danese) magrolino, rifinito e con tanto di gonna, ma a dir poco mostruoso, un octopus brancolante sui tamburi. Manca, ovviamente, Olivier Manchion, storico fondatore del gruppo, fuoriuscito dalla line-up prima della release di ‘Nouvel Air’. L’ultimo lunghissimo brano (credo un quindici minuti o giù di lì) esprime, infine, tutto il meglio del live in una sorta di medley concettuale, che riunisce le più disparate attitudini della band franco-italiana in un amalgama poderoso in cui è possibile percepire tristi e asciutti momenti emo, stile ‘Pick Up The Phone’ dei Notwist, violente sbandate chitarristiche stratificate in salsa Sonic Youth, infine una sorta di scuro trip-hop-core, se mi passate il termine, un’ultima esplosione che pare fare proprie sonorità simili a quelle dei Massive Attack di ‘Angel’.

Alessandro Bonanni

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here