Ulan Bator @ Init [Roma, 17/Gennaio/2013]

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La musica di Amaury Cambuzat, padre-padrone degli Ulan Bator, mi ha sempre lasciato interdetto. Attivo da una ventina d’anni, ha trovato una sua originale e personale via al post-rock, come viene almeno genericamente definita la sua musica, contaminandola con reminiscenze kraut (Faust su tutti, con i quali ha anche collaborato), psichedeliche e con elementi riconducibili a un fondo transalpino e, anche, italiano: il suo destino con il nostro paese si è intrecciato più volte, lasciando eredità interessanti, come la collaborazione con Emidio Clementi in ‘La Femme Cannibale’. Eppure… eppure tutto questo al netto di una carriera feconda ma discontinua, per chi scrive. In questi venti anni, Cambuzat ha realizzato opere pregevoli (i primi due dischi a nome Ulan Bator meritano particolarmente) e insieme altalenanti, tirando fuori, all’interno dello stesso album, brani potenti e pezzi discutibili. Che la sua musica sia sempre stata piuttosto ostica non è un mistero ma, nei suoi pregi e difetti, ha sempre scelto un percorso coerente. Pur compiendo passi falsi, sbattendo, inciampando e cadendo per poi rialzarsi, la voglia di andare avanti, suonare, sperimentare non gli è mai mancata. Artista forse non imprescindibile, ma sicuramente importante e da conoscere. E stasera, nonostante le unità di crisi, le allerte neve, gelo, grandine e cavallette (roba che a Göteborg o Montréal stanno riempiendo i palinsesti comici per un anno), lo andiamo a conoscere.

La fiducia è assicurata, a giudicare dal pubblico numeroso nonostante il gelo e il rischio pioggia. Dopo un’attesa quasi troppo lunga (il concerto inizia un po’ dopo le 23), eccoli salire sul palco. Cambuzat ovviamente al centro, con una line-up per metà italiana (Diego Vinciarelli e Luca Andriola rispettivamente a basso e batteria) e completata da Nathalie Forget allo strumento “insolito” della serata, le onde martenot (una specie di versione su tastiera di un theremin). Si parte con un brano, credo, nuovo (dall’album di prossima uscita ‘En France/En Trance’): una lunga cavalcata in puro stile kraut, fondata su un giro semplice di due accordi, ma efficace, grazie a dei crescendo azzeccati. Partito apparentemente col broncio, Cambuzat si apre a poco a poco col pubblico, presentando i musicisti in un buon italiano e sciorinando battute un po’ fiacche, a onor del vero. Ma la musica è potente: il brano successivo deve molto ai Sonic Youth, altro nume tutelare del musicista francese, ma forse proprio per questo coglie nel segno. Il primo sussulto avviene subito dopo, sulle note di ‘Végétale’ (dall’omonimo disco, pubblicato dai nostri C.S.I.): una sorta di palla di cannone pronta a esplodere ma che rimane perpetuamente in canna, accumulando un’enorme tensione che si scatena, in modo convulso, solo alla fine. I brani nuovi sembrano seguire una logica che guarda ancora alla musica tedesca: pochi accordi, lavoro compositivo minimale cui sopperisce una maggior cura degli arrangiamenti, tendenza all’accumulo e sfuriata noise finale. Pochi i momenti soft: in uno, accolto da un piccolo boato, la band esegue uno dei brani dal disco ‘Nouvel Air’, l’album più “dolce” della discografia. Intorno alle 00.20 i quattro lasciano il palco e, richiamati a gran voce da uno sparuto ma accanito manipolo di fan, tornano per eseguire l’encore, un vortice psichedelico di suoni, rumori, frequenze in libera uscita e Cambuzat che inizia a saltellare sui pedali per attivarli/escluderli, senza esclusione di colpi e con una nonchalance di pollockiana memoria. Un concerto non da emozioni forti, ma quasi più da riflessione, meditazione. Bene così.

Eugenio Zazzara