Ty Segall @ Init [Roma, 31/Ottobre/2014]

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Ty Segall ha solo ventisette anni, ma gli bastano e gli avanzano per aver legato il suo nome a quasi tutte le migliori uscite rock provenienti dalla California: Sic Alps, The Traditional Fools, Epsilons, Party Fowl, The Perverts, Fuzz e ovviamente la sua carriera solista. Il pubblico e la critica si interrogano spesso sulla reale portata della musica del giovane di Palo Alto, il più delle volte esaltato come nuovo guru del suono “dirty” americano, a volte derubricato come pallido imitatore di cose già sentite, e traditore della linea più violenta del garage californiano. Uscito ad agosto con l’ottimo ‘Manipulator’, il disco più completo della sua discografia, Ty Segall arriva a Roma per la prima volta la sera di Halloween, in una giornata come al solito traboccante di eventi dal discutibile valore. Non avevo mai sentito i francesi J.C.Satàn, a cui è affidata l’apertura del concerto, che comincia sorprendentemente in orario. Il repertorio della band è perfettamente in linea con l’atmosfera della serata, anzi, volendo, il sound è anche più violento rispetto a quello dei dischi solisti di Ty Segall (se escludiamo il devastante ‘Slaughterhouse’ a firma della Ty Segall band), con un tripudio di fuzz che mette insieme garage, attitudine punk, e splendidi rallentamenti psichedelici, su cui si poggiano le grida distorte di Paula Horror (a mio parere i momenti migliori della band). Per chi non li conoscesse, consiglio il 7 pollici ‘Italian Summer’, uscito a maggio dell’anno in corso, o, per chi ha più tempo, ‘Hell Death Samba’ del 2011.

C’è tempo per una pausa birra, sigaretta, o entrambe (a seconda dei gusti) per rientrare e vedere materializzarsi un buffo tizio vestito da perfetto W.A.S.P del sud texano nel tentativo volutamente farsesco di presentare sul palco la band, siparietto accolto in modo contraddittorio dal pubblico. L’avvio è un po’ stentato, il sound manca un po’ di amalgama, ma se c’è una cosa che sicuramente sa fare Ty Segall sul palco con i fedelissimi Charles Moothart (Fuzz, Charlie and the Moonhearts, Epsilons…), Mikal Cronin (Okie Dokie, Party Fowl, Epsilons…) e Emily Rose Epstein (Mikal Cronin), è stare sul palco. Ci vuole pochissimo a scaldare l’audience, che comincia anche un timido stage-diving, qualche lieve zompetto, e molto movimento con la testa. Il repertorio è quasi tutto preso dall’ultimo ‘Manipulator’, con qualche incursione nel passato, su tutte le magnifiche ‘Girlfriend’, ‘Tell Me What’s Inside your Heart’, ‘I Bought my Eyes’ e ‘Wave Goodbye’ in chiusura. Il caldo torrido all’interno del locale debilita pubblico e band, che tuttavia regge bene l’urto con un atteggiamento sul palco fra serio e faceto, per poi culminare in un bis ai limiti del nonsense. La band in compagnia del cowboy di inizio concerto e rigorosamente mascherata in occasione di Halloween, si scambia gli strumenti e si improvvisa cover band dei Black Flag: i Bat Flag. Divertono e si divertono eseguendo una serie di classici come ‘Nervous Breakdown’, ‘Rise Above’  e ‘Louie, Louie’, per un finale di concerto sicuramente inusuale, che forse avrà fatto storcere il naso a qualcuno, ma che ha fatto divertire i più. Continua il momento positivo per il garage rock che negli anni ’10 del XXI secolo ha raggiunto nuove inaspettate vette grazie alle uscite di Jack White, Black Lips, Thee Oh Sees, Mikal Cronin, e ovviamente Ty Segall; dimostrazione che un certo tipo di rock rimane un linguaggio privilegiato dagli artisti e uno dei più compresi dal pubblico, mostrando una longevità senz’altro inimmaginabile in quel lontano 1955.

Luigi Costanzo

3 COMMENTS

  1. Il caldo torrido all’interno del locale si sarebbe potuto benissimo evitare se i signori dell’Init avessero acceso l’aria condizionata all’inizio e non alla fine del concerto! Speriamo che la prossima volta se ne accorgano un po’ prima, anche a costo di pagare qualche euro in più di bolletta della luce.

  2. Io la butto là: senza nulla togliere a quello vero, vuoi per capacità di scrittura, vuoi per l’elevata prolificità, vuoi per la capacità di tenere il palco, sto ty segall sarà il nuovo jack white.
    O il jack white di una dimensione parallela che non ha mai abbandonato la Sympathy for the Record Industry.
    In più, l’americheno si becca una stellina in più perché Emily Rose Epstein, benché scarsina, è bona.
    E quando si è chinata a 90° per montare la batteria, con quei calzoncini stretti stretti, un boato da stadio è esploso in quel dell’init.

  3. Concerto dell’anno (almeno fra quelli visti a Roma). Potrei azzardare che non mi divertivo in questo modo dalla prima volta in cui vidi gli Stooges. Questi sono quei concerti il cui effetto benefico si irradia per giorni (per il cervello… per i muscoli, alla mia età, un po’ meno), Segall mi ricorda taaaaaanto John Dwyer: non soltanto per il genere che fanno, ma per il modo di rendere eccezionale e vorticoso ogni suo concerto. Puoi averlo già visto tot di volte ma ognuna è una festa, che non ti dà l’impressione di uno show che si ripete ogni sera. Faceva caldo, vero. Il caldo è fastidioso quando sei mummificato e immobile in una sala stracolma, davanti a un live “contemplativo”. Secondo me, stavolta era il tipico live da cui uscire sudati e devastati… Non vale sempre come approccio, ma se mi chiedessero cosa avrei cambiato di questo concerto avrei risposto “niente”. Neanche la batterista!!

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