Twin Shadow @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Giugno/2012]

598

Con un nome così l’adolescente George Lewis Jr. avrebbe potuto aspirare a fare giusto il pugile o nelle più sballate previsioni di ragazzo si sarebbe potuto ritagliare un posto come candidato alla Casa Bianca. Il destino nel nome (e cognome) si diceva, eppure il mulatto di origini dominicane con la carta d’identità ci si è delicatamente pulito il culo, se è vero che dopo altalenantierranti esperienze nord-europee di vita e musica, ha optato per il più evocativo e nebuloso Twin Shadow. Un’infanzia floridiana trascorsa ad ascoltare di riflesso Roy Orbison e i Beatles, ad ascoltare con coscienza l’R&B nauseante di Toni Braxton e i Boyz II Men, a consumare con avidità ore e ore di teen movie. Un’adolescenza passata a cimentarsi sui classici di Bob Dylan e Velvet Underground, una giovenizza bruciata a sfogare lo sfogabile in seno (in grembo e tra le gambe) ad una punk-hardcore band di brutte speranze chiamata Drug Rug con in testa i fari illuminanti James Chance e Fugazi, un presente veicolato dalla costruzione esemplare di un alter-ego, del personaggio Twin Shadow o di una band a quattro se preferite. George da sette anni è ormai un cittadino newyorkese, da poco meno di tre proprio nella grande mela ha trovato la “spalla” artistica ideale in Chris Taylor dei sempre più pallosi Grizzly Bear che lo ha confezionato e lanciato con il debutto ‘Forget’. Un album subito triturato nel vortice dell’hype, che esalta l’ossessione di George per il cinema (nel caso specifico l’ossessione per “Fanny And Alexander” del maestro Bergman) e per tutta l’iconografia musicale degli anni ’80 (non necessariamente solo) britannici. Ritirati i consensi e gli applausi Lewis si è rimesso all’opera preparando con cura e pignoleria da vendere il secondo capitolo ‘Confess’, a cui va il merito di provare ad essere ancor più bramoso e desideroso, finanche eccessivo, nel tentativo di immersione in una poetica romantica pseudo-criptata che all’esordio era stata decisamente molto più accessibile. Ma vi dirò molto di più riguardo a quello che troverete scritto navigando nella sconfinata distesa celeste del web, vi dirò di come (spesso) i copia-incolla rimorchioasporto finiscano per deviare, confondere, disorientare, ingarbugliare, far maledire tutti quelli che senza un benchè minimo di creanza di Twin Shadow hanno parlato citando lo-fi, chillwave, Bowieberlinese, Neon Indian… tutte enormi cazzate.

Vi dirò allora di una serata ventilata neanche per idea supportata da poco pubblico (purtroppo) e da sandali con calzino (ma per favore!), iniziata poco prima delle undici e terminata poco dopo la mezzanotte, vi dirò [dei] Twin Shadow e della maglietta retata indossata da Lewis che solo un’altra persona al mondo è in grado di portare con estrema classe (il poseur Lenny Kravitz), vi dirò [di] Twin Shadow hipster sui generis che cita gli Eurythmics e gli OMD con l’accento e il ciuffo del crooner smaliziato, che abbraccia in un certosino mescolio di grande gusto e notevole classe ‘Substance’ dei New Order e l’opera eighties dei Prefab Sprout e dunque del gigante Paddy McAloon (che è bene sempre ricordare come sia da considerare uno dei più grandi autori inglesi degli ultimi trent’anni), vi dirò di come assistendo ad un concerto del quartetto all’improvviso sarete avvicinati da un gruppo di persone tra cui non sarà difficile riconoscere Molly Ringwald e Kevin Bacon, Ralph Macchio e Anna LaCazio, Andrew McCarthy e i ragazzi della spiaggia di ‘Boys Of Summer’, Emilio Estevez e il Paisley Park di Prince, Giorgio Moroder e Michael Parè, Matthew Modine e Linda Fiorentino, oltre a quello che tutto trafelato confesserà di cercare Susan disperatamente. Vi dirò che il mondo parallelo che (musicalmente) si è creato Twin Shadow è un mondo di grande suggestione e fascinazione, di passione e sentimento, di quei meravigliosi “five seconds to your heart”, di sorrisi e ringraziamenti, di una vera band alla quale sarebbe stato delittuoso non concedere un’ora e un quarto della propria vita in un lunedì qualsiasi, di un magico finale sancito da ‘Castles In The Snow’ (il singolo che i TV On The Radio hanno invano provato a realizzare negli ultimi due dischi) e dal bis ‘Forget’, saturato e ancor più penetrante rispetto alla studio version, utile a farci ancora una volta ciondolare la testa, confermando a voce alta che il caraibico è artista autentico come il suo talento. Dunque Twin Shadow. Fu vera gloria.

Emanuele Tamagnini