TV Ghost @ Init [Roma, 6/Febbraio/2014]

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Vi dico solo che abbiamo avuto più spettatori la settimana precedente nel concerto d’esordio del gruppo in cui suono. Questo per dire che, nel pubblico dei TV Ghost (la loro prima volta a Roma?), ci si poteva contare al massimo in quattro mani. Peccato, davvero, per questa band proveniente da LaFayette, Indiana, ormai giunta al suo terzo disco ancora giovanissima. I TV Ghost (cioè Jimmy Frezza, Tim Gick, Brahne Hoeft, Tristan Ivas e Jackson VanHorn) sono partiti con ‘Cold Fish’, nel quale si palesava un’urgenza punk oscurata da un certo qual gusto per il tetro e il sinistro, per arrivare tramite ‘Mass Dream’, vero e proprio disco di transizione, all’ultimo ‘Disconnect’, in cui l’estetica dark si fa epica, in un lotto di brani nei quali il minutaggio si estende, le dinamiche rallentano, le ritmiche si fanno più paludose e le melodie ombrose e inaccessibili. Un album salutato favorevolmente, che enfatizzava un’evoluzione artistica rapida e interessante. Ecco perché, vista la situazione di penuria di stasera, mi sento buono e provo a sospendere il giudizio in attesa di eventuali smentite o clamorose conferme alla prossima occasione. Dopo averli ascoltati dal vivo, posso dire che i TV Ghost li apprezzo molto di più su disco, che non è esattamente l’opinione più lusinghiera per una band. Stasera hanno riproposto quasi per intero ‘Disconnect’, album che contiene brani di grande spessore, come ‘Stranger’, ‘Dread Park’ o ‘Cloud Blue Moments’, ma dal vivo i contorni sono sfumati e l’esibizione ha assunto toni tendenti alla monotonia, perlopiù. È mancata la rappresentazione dal vivo dell’epopea darkpunk che contraddistingue il disco: non c’è stata la magnetica attrazione che, invece, in studio raggiunge quest’opera sulla lunga distanza. L’unico a tenere alta la bandiera è il cantante, Jimmy Frezza, quasi un novello Bradford Cox per l’abbigliamento, l’aspetto allampanato e anche per qualcosa nel modo di cantare. Nonostante il deserto californiano che ha di fronte, non si risparmia e mette in scena tutti i cliché del complessato maledetto, che si dimena, si agita e quasi si rotola. Davanti a tutt’altro pubblico, avrebbe avuto tutt’altro effetto. In questa situazione, il tutto risulta fine a sé stesso e anche un po’ ridicolo. La mancanza di materia faceva rimbombare oltremodo i suoni sul palco, creando un paesaggio sonoro desolato e marziano, mentre la scarsa voglia e la frustrazione si dipingevano abbastanza evidenti sui volti dei membri della band, eccezion fatta per Frezza, che se n’era fatta forse una ragione o, magari, sfogava la sua di frustrazione in quel modo. The show must go on, dopotutto. Insomma, tecnicamente l’esibizione non è stata malvagia, ma piuttosto fredda, anemica, esanime. Ripeto, però, vista la situazione, che non mi sento di giudicarli troppo severamente per il momento (benché, a pensarci bene, gli At The Drive-In furono scritturati dalla Flipside durante un concerto davanti a nove persone, ecchecca… ma non stiamo qui a fare paragoni assurdi). Rimandati a settembre.

Eugenio Zazzara

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