Turin Brakes @ Circolo degli Artisti [Roma, 19/Giugno/2014]

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Ci sono quelli che prosperano nell’hype, quelli che fanno cose normali e le fanno passare per svolte epiche, quelli che mettono in atto strategie di marketing che neanche una multinazionale e quelli che arrivano ai concerti con dieci camion grandi quanto palazzi, solo per contenere la scenografia. Quelli che dopo pochi album, o anche uno solo, vengono paragonati a band che hanno fatto la storia della musica e proprio l’hype, il marketing, i camion e via dicendo, li fanno sembrare, a un occhio e soprattutto ad un orecchio poco attento, il gruppo del secolo. Ci sono le vie di mezzo ovviamente, ma ci sono anche quelli che rifuggono tutto questo, che sono concreti, che non sono interessati a vendersi bene, che fanno parlare solo la loro musica, che rifuggono i meccanismi dello star system e che sono capaci di mantenere quell’aura di semplicità, quella che in fin dei conti imbracciare degli strumenti e suonarli per una platea dovrebbe avere. In questa seconda categoria ci finiscono di diritto i Turin Brakes, duo della periferia londinese conosciutosi tra i banchi della scuola di cinema, dove scrivevano brani che avrebbero dovuto far parte delle colonne sonore dei film che avrebbero girato in un futuro prossimo. Il duo è tra i fautori di quello che a inizio del ventunesimo secolo è stato definito New Acoustic Movement, composto per puro caso insieme a Kings of Convenience, Starsailor e I Am Kloot. Il segno distintivo rispetto alle altre band appartenenti a questo movimento che rilanciò il folk, o di quelle che hanno cercato di rinvigorirlo con una patina più modaiola qualche anno dopo (leggi Mumford & Sons), i Turin Brakes hanno cercato di rinnovarsi ad ogni nuovo lavoro, proponendo sempre qualcosa di diverso ed evitando ai fan l’imbarazzo di confondere i brani nelle esibizioni live. A differenza di quanto possa far presagire il nome di battaglia, la band non ha nulla a che fare con l’Italia, né una particolare predilezione per la città di Torino. Come dichiarato dai membri stessi, il nome è stato scelto semplicemente perchè aveva un bel suono. In attività dal 1999 (primo lp nel 2001), il lavoro più recente è ‘We Were Here’, prodotto e mixato niente meno che da Steve Albini. Per loro stessa ammissione preferiscono suonare in locali non troppo grandi, che li tengano lontani da situazioni eccessive ed il live del ritorno a Roma, nuovamente al Circolo degli Artisti, rientra esattamente in questa visione delle cose. Saliranno sul palco soltanto alle 22:50 e sarà una fortuna, visto che arriveremo nella sala concerti proprio in quel momento, dopo aver combattuto una lunga battaglia per ottenere l’agognato parcheggio che ci permetterà di assistere al concerto senza che la spada di Damocle del divieto di sosta penda su di noi. La serata ‘Giovedissimo’, come al solito ben riuscita, porterà un cospicuo numero di presenze nel giardino del Circolo, in cui si stabiliranno anche persone non interessate al live, ma al dj set successivo ed all’atmosfera che si respira con gli schermi che trasmettono le partite del Mondiale. All’interno la situazione è ben diversa, non c’è il pienone, ma gli spettatori sono molto interessati alla proposta musicale. Anche l’età media cambia, con molte più persone vicine a quella matura che all’adolescenza. Sul palco troveremo quattro uomini coetanei dei loro fan, il duo Olly Knights (chitarra, voce e grandi occhiali da vista) e Gale Paridjanian (chitarra e cappellino da baseball) ed i due membri che con basso e batteria completano la formazione per i live, Rob Allum e Eddy Myer. Il sound è il solito, tra l’easy listening ed il rock, con l’aggiunta delle venature psichedeliche di alcuni brani tratti dall’ultimo lavoro, ma a stupire sono i volumi elevati, forse necessari per coprire i rumori provenienti dall’esterno del locale, molto frequentato ed ovviamente rumoroso. Nell’ora e mezza scarsa di concerto verrà sviscerata l’intera discografia, con particolare attenzione per i primi successi come ‘Emergency 72’, tratta dall’album d’esordio del 2001 ‘The Optimist LP’, passando per ‘Pain Killer’, singolo del 2003 che li ha portati al successo e in cui il ruolo di corista viene interpretato dal pubblico, per la gioia del frontman che, dopo questo ribaltamento di ruoli, non potrà fare a meno di applaudire. I presenti non eccellono per numero, ma sono tutti fan fino al midollo e questo incide molto, vista la partecipazione che ci metteranno. ‘Fishing For A Dream’, il pezzo che meglio rappresenta la loro intera produzione e quello che probabilmente consiglieremo a chi volesse approcciarsi per la prima volta a questa band, arriverà nel finale, come penultima canzone. Il frontman terrà un filo diretto col pubblico, dicendo poche semplici cose e nemmeno così originali, ma in maniera così affabile da farle sembrare delle verità assolute. Ad esempio quando con un lungo panegirico svelerà che al termine dell’ultimo brano, per la cronaca la celebre ‘Long Distance’, usciranno fuori e non faranno le solite scene di aspettare seduti nel camerino per rientrare soltanto dopo alcuni minuti, ma lo faranno subito, se sentiranno di essere richiesti. E così sarà, con un encore che porterà in dote due brani, l’ultimo dei quali sarà ‘Underdog (Save Me)’, con un assolo di Paridjanian che si prenderà prima la scena e poi gli applausi a scena aperta. Dopo uno squillante Arrivederci proferito dal bassista, gli artisti si dilegueranno, lasciando la zona del merchandising ad esclusivo uso e consumo degli opening act Viva Lion. Dopo qualche minuto li ritroveremo seduti tutti e quattro intorno ad un tavolo all’esterno, a sorseggiare birra in lattina ed a farsi autoscatti, assecondando la moda del momento. Ci scambieremo due chiacchiere che ci confermeranno il loro essere uomini comuni che non si troverebbero mai a loro agio nel ruolo di star. Se si fossero messi dietro ad una transenna con fare da divi, magari avrebbero avuto la fila di persone interessate ad un’interazione con loro o all’acquisto dei loro album. Se si fossero dati più arie, magari avrebbero venduto più dischi nel corso della carriera. Ma a loro importa soltanto fare buona musica e restare fuori dagli isterismi dello star system, e, a giudicare dai loro sorrisi appagati, ci stanno riuscendo nel migliore dei modi.

Andrea Lucarini

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