Tunng @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Marzo/2008]

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Intrattenimento puro quello che i Tunng hanno regalato nella loro prima data romana. E’ stata una di quelle volte in cui si esce dal locale con un non preventivato [e quindi assai migliore] senso di pienezza. La loro performance sul palco, piena fino alla fine. Lucente dall’inizio, incalzante nel mezzo, folgorante sul finale. Eppure dei Tunng, collettivo londinese formato da sei personaggi curiosi, chi sembra appena uscito dalla foresta di Sherwood, chi da una comune hippie, chi da una comunità [chitarrista a sinistra] chi dal fantastico mondo di Oz [elemento canterino femminile], avevo filtrato solo ‘Mother’s Daughter’ più ascolti sparsi e, di certo, non mi aspettavo tutto questo movimento picchiettante nella trasposizione live. Arrivo giusto in tempo per perdermi i gruppi spalla; me li sarei persi comunque nella dispersione del locale aperto e nella insospettabile quantità di spettatori, insospettabile vista anche l’avversità climatica che mi porta a rifiutare di recarmi a un concerto con l’ombrello-impiccio e di sfruttare invece il cappuccio da bandito alleato della giacca. Quindi un Frigez all’oscuro della band e del loro suono è già lì pronto a farsi assalire dalla girandola e dall’aquilone coloratissimo dei Tunng. Notiamo dapprima un rustico e scarno esemplare di batteria, che batteria non è se non un insieme di fronzoli di estrazione botanica capitanati da una decorativa scopa di saggina, veramente agreste. Arriveranno poi i nostri capelloni allucinati e il concerto ha inizio. Inizio sfavillante, ritmo da trotto, con un brano che, ahimè, non riesco a identificare ma che si presenta come il primo cucchiaio di zucchero. Sorridono i Tunng e fanno già simpatia proprio per come sono fatti, più guardo l’ebbro chitarrista alla destra del palco più non riesco a non mantenere saldo il sorriso anch’io. Si lasciano sorseggiare con lo stesso piacere di una bevanda fresca. Dal candore corale delle voci al maschile sgorgano rivoli di chitarre in festa e incursioni pacate di voce femminile mentre, da dietro, spuntano arbusti di artifici elettronici. Il druido incappucciato di rosso manipola pigne, noci di cocco e sciamanici grappoli di campanellini, Becky balla, si corrispondono tutti. La ricetta musicale del Mago Merlino continua con ‘Beautiful And Light’, poi la cullante ‘Tale From Black’, continua l’effetto con ‘Woodcat’ [ovviamente riporto i brani che riconosco], poi ‘Bricks’, ‘Bullets’ che anima l’intero pubblico, perdura fino alla fine con la proposta di una cover di un brano dei Bloc Party: ‘Pioneers’. In reltà non lo conoscevo, ho chiesto a Frigez che a sua volta a chiesto a quello davanti che a sua volta ha chiesto a quello accanto. Intanto, quello davanti e quello accanto a me fumavano strafottenti, animali veri. Un perfetto sincretismo sonoro e visionario, tra vecchio e nuovo, plastica e legno, metropoli e scenari rurali, la bravura, quella di aver trovato il collante efficace. E allora ecco che un carillon a forma di gabbia con uccellino al suo interno diventa strumento, così come una toytronica farfalla-tastiera di plastica, così come noci di cocco e pigne, una sherwood di suoni e di chitarre pirotecniche pallottole di buon folk. Niente di nuovo, è un’ondata quella folktronica ormai a noi nota ma va necessariamente detto, un “nientedinuovo” concepito e proposto così bene da riuscire a rinnovare lo stupore. Più che buono. Più.

Mary Notarangelo

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